venerdì 17 aprile 2015

domande e risposte

È trascorso un po' di tempo da quando ho visitato una mostra. Un intervallo troppo lungo, un vuoto che adesso si fa sentire. Mesi fa lessi un post sul blog di F64 dove Francesca osservava che di tutti i blog che in un recente passato frequentava, di alcuni non aveva più aggiornamenti, di pochi resistevano tracce e altri li aveva addirittura dimenticati. Uno specchio in cui rividi anche me. 
Leggevo molti blog nei primi anni di questo decennio. Era come andare ad un museo, ad una personale, un'esibizione. Non mi aspettavo di trovare arte ma punti di vista, posizioni, il dietro le quinte di idee. Mi sono sempre formato così: osservando gli altri e cercando di prendere quello che poteva poi vestirsi su di me come un abito ritagliato su misura. Un lungo lavoro sartoriale che ad oggi ancora non mi restituisce l'abito finito. 
Quello che prima cercavo nei blog ora lo cerco nei libri. Anche le mie relazioni sono interessate da questa necessità. Ho un forte bisogno di nuovi incontri con cui creare dialogo. La virtualità di internet non mi basta, magari utile solo per quegli approcci geografici che mi collegano a situazioni o persone altrimenti troppo distanti: tutto poi deve avere l'epilogo di un incontro, di sguardi, di voci e dediche di tempo. 
Anche la scrittura mi sembra una ulteriore sottrazione a questo bisogno. Scrivo poco, per appunti ormai. Il blog è il luogo della parola scritta: ora sento l'esigenza di un luogo della parola detta. 
Ho iniziato un nuovo progetto. Iniziato non è il termine giusto: era sedimentato da tempo e ora l' uovo si è schiuso da sé, naturalmente. Non ha un titolo il progetto, direi quasi che non mi interessa intitolarlo. Sto incontrando delle persone a cui fare dei ritratti. Le ho selezionate sulla base di un mio personale criterio. Ma solo fotografarle non mi gratificava. Alla mia naturale propensione per il ritratto silenzioso, quella seduta che può tranquillamente somigliare al rito di caccia di un felino e della sua preda, ora voglio che l'altro si racconti. E mi racconto anch'io. La parola detta diventa specchio, lo specchio diventa immagine. Ed è quasi sempre la mia che ritrovo pur con il volto dell'altro. Allora cosa accade? Perché questa maledetta magia della fotografia si ripete e mi dischiude un altro pezzo di me inesplorato? 

Anni fa ho provato a segnare su foglio alcune domande chiavi, quelle che ipoteticamente avrei ricevuto da un osservatore attento e critico, al fine di anticipare a me stesso le risposte, risposte importanti e chiarificatrici: "Perché fotografo?" "Cosa alimenta il mio fotografare?" "Quale elemento si ripete?" Piano piano alcuni pezzi si sono allineati e le risposte sono affiorate in tempi e luoghi non sospetti, lontani da dove le cercavo, perché come al solito cerchiamo sempre in universi fuori quando la mappa più chiara e giusta è l'universo dentro di noi. In ogni ritratto vedo parti di me che sfumano nell'altro e mi disarma questo nuovo osservarmi, riconoscermi. Riscrivo nuove domande giornalmente e non mi affatico nel rispondermi perché tutto avrà la sua forma, i perché, i come e il resto: la vita ha sempre un movente creativo.

mercoledì 17 dicembre 2014

il Tempo


C’è un termine che finalmente mi spiega (e userò) perché a volte capita di ritrovare allineati insieme incontri con persone fuori dal tuo cerchio solito, delle letture, un film, una parola ascoltata per strada, lo stesso fluire caotico delle proprie riflessioni ecc. Insomma tutto quel congegno misterioso e non scientificamente dimostrato che, come riporta Wikipedia, connette fra loro in maniera casuale eventi complessi ma con un contenuto significativo analogo. Questa parola è sincronicità.  Il primo ad usarla Carl Gustav Jung. Davanti alla sincronicità io mi sciolgo. Divento elettrico e mi distacco di miei doveri per lasciarmi meravigliare da questa magia. Sta accadendo nuovamente in questo periodo e ne parlo, scrivo, perché questa volta la portata delle connessioni è impressionante. Qui non le toccherò tutte, molte sono instabili come i sogni appena svegli, con sfumature talmente lievi che non le vedi, senti e tocchi ma sai che ci sono o ci sono state. Il mattone più grosso lo porta la fotografia, e ne sono contento; d’altronde non avrei potuto trovare maestro più qualificato se non chi - o meglio chi per essa -  del Tempo ha fatto un concetto molto attuale da approfondire. Nel suo Lo specchio vuoto, Ferdinando Scianna da grande maestro qual’è riesce a darmi un chiarimento e uno scossone insieme di quanta fatica inutile si faccia intorno alla fotografia e di conseguenza allo spreco della qualità del tempo che più o meno gli dedichiamo e alla comprensione del Tempo stesso. La vetrina di Facebook, ad esempio, sfugge alla mia pazienza. Non voglio emettere giudizi sui facebooker, di cui rientro a titolo anch’io, ma le sue sabbie mobili sono appetitose per la sua componente più forte: le immagini. La pattumiera dei selfie gronda abbondantemente e non c’è più spazio per la sorpresa. Come afferma Scianna, abbiamo anche violato quei luoghi fino a qualche tempo fa ritenuti assolutamente privati e incondivisibili: i gabinetti. Perché mai dovrebbe interessarmi una foto fatta da una toilette? da un camerino di uno store? da un qualsiasi abitacolo o luogo cartolina? I selfie sono un fenomeno sociale destinato a scomparire molto più in fretta di quanto si pensi, e sarà tuttavia registrato e riportato come un passaggio importante nella comprensione del concetto di immagine del sé e dell'identità in questo tempo. Ma è appunto del Tempo, questo presente, che mi arrovello a chiarirmi. Ripeto, di quello che la gente, liberamente, decide di fare non mi importa. Ma se la frenesia generale, se la nuova velocità giornaliera con cui fare i conti, se la sindrome del “non c’ho tempo” fa rientrare anche me dentro il vortice, allora mi importa eccome. 
Leggevo che uno degli effetti generati da Facebook è un innalzamento degli stati d’ansia anche a fasce di età finora insospettate. Abbiamo bruciato quel quarto d’ora di notorietà procapite profetizzato da Warhol e lo stiamo portando verso il punto atomo. Quello che si posta su Facebook in termini di fotografie, così come su altri social, ha una vita brevissima, c’è una gara a far invecchiare tutto troppo in fretta, sostituendolo con il nuovo ma già vecchio, morto. E qui la collisione con la fotografia ci sta tutta, se penso al “è morto e sta per morire” di Roland Barthes, riferita alla ritratto di Lewis Payne ne La camera chiara.  Facebook sarà vista come una immensa istantanea, dove ogni post, ogni riga di testo e inserzione rappresentano i pixel sensibili di un sensore o i granuli d’argento della pellicola. Vedremo quell’istantanea con la stessa lucida illusione della fotografia di aver catturato la realtà, il vero! Tornando a Scianna e a agli impulsi rimandati, la fotografia ha accelerato quel processo di comprensione dell’identità e quindi della coscienza. In poco più di 150 anni abbiamo fatto uno scatto in avanti nell’elaborare un concetto arcaico quanto l’uomo: l’immagine di sé fuori dal sé. Siamo progrediti enormemente in tal senso e questo grazie alla fotografia, che arriva all’uomo quando più ne sente necessità (Gli uomini scoprono ciò di cui hanno bisogno, cit. Alberto Savinio). Tuttavia, sulla scala del Tempo restiamo ancora Homo Sapiens. La comprensione del Tempo, della gestione del nostro tempo, credo sia fondamentale per riconnetterci alla nostra immagine, a quella coscienza ora ubriacata che non si riconosce, come il mito di Narciso. Trovo necessaria questo abbraccio per non continuare a voler somigliare tutti a tutti, per individuare la propria unicità ed esprimerla senza inserirsi nella corsa per diventare Artista a tutti i costi. Stiamo viaggiando vicinissimi ad un buco nero, dove il concetto di Tempo è relativizzato (la sincronicità qui con il film Interstellar). Lasciamo indietro i nostri cari a mandarci messaggi che ci giungono con un tempo diverso. E se nel film il dazio è la scoperta di un nuovo mondo possibile da abitare, qui, nella realtà,  ci stiamo allontanando dall’unico non ancora esplorato: noi stessi.

domenica 28 settembre 2014

memo calendario

Ricordo poco a me stesso che da queste pagine passano persone sotto forma di clic, comunque pensanti, e con interessi che potrei condividere.
Aggiorno quindi a quanti sono disponibili a fermarsi qualche momento sul blog alcuni appuntamenti.

Il secondo weekend di ottobre, l’11 e 12 precisamente, si terrà presso il mio studio il workshop di Elisa Barachetti. Ho scoperto mesi fa il lavoro di Elisa e l’ho trovato interessante, tanto da volerla invitare a tenerne uno nel mio studio. Elisa integra il lavoro di teatro creativo, uso del linguaggio non verbale del corpo, insieme agli stimoli visivi di immagini fotografiche di grandi autori e con un forte senso comunicativo insito. Tempo fa ha lavorato sulle immagini di Vivian Maier, nel workshop che terrà ad ottobre invece i partecipanti saranno stimolati dalle foto di Francesca Woodman. Può risultare complicato spiegare nel dettaglio come si svolge il lavoro di Elisa: è basato molto sugli stimoli del momento e sull’alchimia generale presente. La fotografia in questo caso fa da scintilla elettrica per mettere in moto il corpo, il nostro.
A questa pagina facebook trovato le info necessarie all’iscrizione. Sotto invece, l'immagine che presenta il workshop.




Da fine ottobre poi ripartiranno i corsi di fotografia. Si terranno nuovamente di sabato pomeriggio, sia quello Generale per chi muove i primi passi e per chi vuole mettere ordine alle nozioni che ha già appreso, sia quello Avanzato per quanti vogliono approfondire e dedicarsi alla progettualità. Il corso sarà tenuto sempre da Alessandro Cirillo, quest’anno però faro un’incursione io con delle lezioni sul ritratto fotografico. Il corsi si terranno nel mio studio, dureranno tre mesi e nei prossimi giorni uscirà il calendario ufficiale con i relativi costi.

Suggerisco per quanti ancora non lo sanno di tenere sotto controllo la pagina Quasi Fotografia dedicata alle attività dello studio.

martedì 24 giugno 2014

quell'insostenibile peso dell'essere

Degli ultimi mesi, il peso, ha una gravità pari al ricordo. Non pretendo di essere capito, ascoltato poi! c'è di meglio da fare... Così qui faccio della scrittura le pagine di un album di fotografie da rivedere.

Ha la formalità di una istantanea fatta col telefonino la prima immagine: sembra chiara e al tempo stesso manca di dettagli, soffoca di grana, include il fatto ma non spiega il come. Il furto subito a casa a marzo è questo! Ti chiamano che sei da un'altra parte, nel tragitto speri che non ti abbiano portato via quello che sai possono averti portato via e che quando sei lì, è violento comunque, si sono portati via. Hanno messo sottosopra tutto, cercavano soldi (continuo a pensarlo) ma non ce ne sono e allora portiamoci via tutta sta roba di macchine fotografiche e ce le rivendiamo. Ho pianto in macchina, ancor prima di arrivare a vedere che era così. La foto è fredda, didascalica, ci mancano solo i numerini della scientifica a segnalare un bossolo e sarebbe da apprezzare. Eppure la scatto, stordito. Mi dico che sto perdendo la memoria e che una traccia la voglio conservare. E non è la traccia di quello che vedo: ho imprigionato il passaggio delle persone che sono entrate. Sono lì, non loro ma la loro azione: nessuno può dire che non è accaduto. Sono vivi, o morti, per sempre in questa foto. Mi lasciano la forma ammucchiata dei vestiti per terra e c'è quest'assurda composizione, come di uno disteso su un fianco, appoggiato su un altro corpo, a cui hanno rubato via proprio il corpo.


La seconda foto promette tempo e nostalgia. E pesano entrambi. Mi ricorda che dovrò viaggiare spesso, in solitudine. Il filtro di un vetro a proteggere quando è necessario proteggersi, ad essere abbassato quando si ha voglia di vento. Questa foto suona di playlist, di voci umane che fanno da tappeto, di stagioni che ti cambiano il paesaggio. Sa di un posto da raggiungere. Nel tempo.


Da bambino gli ospedali avevano un odore preciso, come adesso, ma non è più lo stesso. Scatto la foto ma non lo catturo l'odore del disinfettante, del tutto disinfettato. Il sole arriva dalla finestra: è quello basso di un tramonto. Mi fa macchie precise di luce e ombra. Gli altri quattro ospedali precedenti erano più vecchi, consumati di vissuto: questo promette nuovo e sempre pulito, c'è pure un adesivo con illustrazioni che ti spiega come vanno lavate le mani. C'è da aspettare, come se fosse novità: come me lo ricordo bene questo peso dell'attesa! Papà si è infilato nel letto, si stanca a stare in piedi. Da qui, io, lo vedo riflesso nel codice del suo foglio clinico.






La mostra è andata bene. Arrivarci è stata la fatica da superare. Dietro il progetto Adamo Eva c'è tutto l'invisibile che non riesci a mostrare, quello che si nasconde, che sfugge, che appartiene solo ai protagonisti. Ci sono le scelte, le responsabilità, la ricerca e la rinuncia; il lavoro. L'andare avanti. Quando realizzai le foto, un anno fa, mancavano di vita. I fatti, le difficoltà, i disagi, le paure, le promesse, la stanchezza, la forza, le hanno rese più vive. Ma anche questo forse resterà tra le righe, fra quegli spazi neri fra una foto e l'altra, che non dicono nulla, ma quel nulla regge il visibile. Sono dentro questo Adamo più di quanto immaginassi, e mi piace!



Questa foto è il mio promemoria personale sul cammino fotografico. Pensare di poter avere già tutto quello che mi serve è un'illusione.Una macchina fotografica così piccola l'hanno veramente costruita, dentro ci ho trovanto anche un mini rullino: le foto le faceva! Qualche giorno fa ho letto che siamo lontani da quello che si faceva una volta in bottega: prima si aveva creatività e dovevi lavorare per affinare le tecniche, impiegando anni. Ora siamo già da subito tutti tecnicizzati, esperti smanettoni in overdose da tutorial. Ma ci mancano le idee! i plug in sono la nuova grammatica confezionata facile da parlare e da imparare. Ci manca essere autentici, singolarità. Osare l'ebrezza del non essere nessuno per essere qualcuno. Essere uno.

 
L'ultima foto è uno specchio. Il problema è che funziona solo con me. Per voi altri, è solo un'altro selfie. Eppure provateci a guardarvi da una fotografia, chissà che non accada la stessa cosa!



sabato 29 marzo 2014

aprire le finestre

Magari qualcuno sta passando da queste parti, si domanda con curiosità da cosa dipende questo intervallo e silenzio... magari non interessa a nessuno e tutto è normalmente anormale nell'era di "chissà se continuano a seguirmi anche se non posto nulla!"
Ho smesso di scrivere a tastiera da qualche settimana: non l'ho abbandonata del tutto, mi serve. Solo che ho ripreso a scrivere con la classica penna e su fogli bianchi. Wow!
La grafia è di un orrendo pazzesco ma la mano scivola che è una meraviglia. Mi sono sorpreso. Da provare. Tutti.
Avrei in realtà un sacco di cose da dire, aggiornare su queste pagine. Cose di fotografie, di pensieri, di situazioni più o meno interessanti capitate negli ultimi tempi. Cronaca anche: un mese fa mi hanno rubato tutte le macchine fotografiche dal mio appartamento! Tutte! Digitali, hasselbland, lomo, obbiettivi, due hard disk. Un bel pacco nel c...o! In certi casi si pensa di mollare, sulle prime. Poi, grazie a quanti ti sono vicini e credono in quello che fai, ti viene suggerita l'idea di trasformare in un atto creativo qualcosa che nasce come negativo.
Sono in un periodo di confusione totale, nel senso che sto mettendo a posto molti dei pezzi che avevo stabilmente messo in alcuni posti credendoli certezze. Un processo questo che richiede anche un sano coraggio e una  ncor più stabile pazienza. Ci sto lavorando e la cosa mi diverte anche.
A presto!

domenica 9 febbraio 2014

supermarket

Il mondo sta viaggiando ad una velocità impressionante!
Per conto, io corro per stargli dietro ma la distanza non risulta accorciarsi. Allora ho deciso di fermarmi. Faccio pausa. Riprendo fiato. Mi guardo intorno e vedo in quale "dove" mi sono fermato. Ho sempre dichiarato di avere una digestione lenta: devo poter in qualche maniera avere del tempo utile affinché l'informazione si possa incidere. Altrimenti rischio una sottoesposizione mnemonica illegibile e irrecuperabile.
Dove mi trovo ha i colori nitidi e luminosi delle corsie di un centro commerciale. Tutto è allettante! A pensarci bene ogni prodotto può essere utile, infondo se è lì a qualcuno dovrà pur servire. Il centro commerciale soddisfa la massa, l'individuo compra ciò che più gli serve: si porta la sua lista, magari non è nemmeno la sua di lista ma quella di qualcun'altro, così ha il compito agevolato. Il singolo può arrivare ai surgelati senza nemmeno passare dai detersivi; le donne evitano l'elettronica ma sostano tra casalinghi e cosmetici; lui controlla tra gli utensili da brico e piega lo spazio fino alle bevande. Insomma a ciascuno il suo!Ma resta il fatto che non possiamo comprare tutto. E non possiamo essere tutto. In fotografia compreso.

Mi fermo perché mi sono accorto che la mia direzione non corisponde più a quel che avevo in mente. Un bel po' di tempo fa ne avevo avuto sentore, tanto da esprimermi dicendo che se voglio continuare a fare foto devo smettere di fare il fotografo. Non è una cosa facile da recepire se non si è stati per parecchio tempo a fissare le proprie giornate in attesa di un cambio della direzione del vento.
La fotografia personale non ha regole, non sta nei tempi. Non si sottrae a noi ma non ama aspettare. Non chiede attenzioni eppure si offende. La fotografia personale ha quel di proibito perché istintiva. Liberi da liste o obblighi di spesa, liberati, ognuno starebbe ore nel reparto preferito del proprio centro commerciale. E a casa per una volta ci portiamo quello che ci piace: perché non è sempre detto che  ciò che ci serve ci faccia anche star bene.
Allora per un po' mi vedrete gironzolare, a disimpegnarmi dai doveri per mantenere vivo un ruolo da fotografo e impegnarmi invece nei piaceri che solo nella fotografia che io amo posso trovare.

sabato 23 novembre 2013

l'universo e io

Tempo fa, su queste pagine, scrissi che avrei tenuto un appuntamento seriale per parlare di autori che via via incontravo, conoscevo, scoprivo. Così non è stato. Pur mettendoci tutte le buone intenzioni, arrivo al punto che mi perdo. Negli ultimi due anni, dedicati sia alla sopravvivenza dello studio, sia a capire le reali direzioni, ho rallentato molto le mie personali ricerche. Indago di meno e quel che trovo metto da parte, nella speranza di riprenderlo quanto prima e approfondirlo. Il metodo si è trasformato in abitudine, l'abitudine in disordine.
L'ipad è pieno di note, ieri ne leggevo le prime e qualcuna mi sembrava addirittura scritta da qualcun'altro. I siti da rivisitare, le immagini salvate e da attribuire ad autori, le wish list di amazon, hanno raggiunto una cifra incredibile: è tutto in disordine, come i miei pensieri attuali. Puntavo a perdere il senso del controllo in fotografia, invece ho perso il senso dell'ordine. Magari è questa la strada giusta!
Il web in questo periodo mi sembra sempre più confacente all'immagine che ho dell'universo. Una distesa immensa ed infinita di un nulla vuoto, dove a precise coordinate corrispondono pianeti e soli e galassie. Alcuni magnifici, altri interessanti, molti senza vita. Ho ridotto molto questa esplorazione e vi giuro mi manca. Ad un principio di consapevolezza di quanto stia maturando la mia personale visione, affianco un impoverimento della visione generale, come se alzassi lo sguardo al cielo notturno e riuscissi a osservare solo una luna brillante e il resto del firmamento mi fosse censurato.

Non scatto foto mie da un pezzo, altro vuoto giornaliero.

Una soluzione ci sarebbe! Esco un attimo, e se ho visto bene…

martedì 15 ottobre 2013

promo

Questo blog ha perso un po' di smalto, non lo curo come dovrei.
Elenco qualche giustificazione per mettermi a parte con la coscienza, voi mi perdonate e non ne parliamo più!

- il lavoro mi tiene impegnato, la sua ricerca intendo
- ho aperto lo studio nuovo e le cose da fare sono tante
- sto pensando seriamente al mio futuro
- vado in depressione a giorni alterni e nei giorni allegri mi scordo la password del blog
- devo decidere di mandare una parte di me 'affanculo e tentenno in continuazione
- tutto quello che mi è successo in questi mesi è molto intimo e non è il caso condividerlo

Bene!

Da qualche mese, grazie alla mia cara Tina, ho incontrato Alessandro Cirillo. Alessandro è un fotografo di Bari, so ancora poco di lui ma quello che so per certo è che con lui posso parlare di fotografia, ha una grande cultura, è bravo e insegna molto bene. L'ho invitato a tenere dei corsi di fotografia nel mio studio e a lui l'idea è piaciuta. Partiranno il 26 ottobre, uno di fotografia base e uno di avanzato: 12 incontri per ciascun corso. Qui si può scaricare il programma completo dei corsi. I costi sono € 220,00 per quello base e € 290,00 per quello avanzato. Per chi è in zona e ha motivo di partecipare, suggerisco di iscriversi e conoscere Alessandro, sa davverò un sacco di cose!

venerdì 12 luglio 2013

non fotografare...

Riporto quanto scritto in quarta di copertina di questo libro, scritto da Ando Gilardi e Pino Bertelli; non li conoscevo fino a prima di comprare il libro. I soli testi di copertina valgono la lettura di tutto il libro.


Non fotografare gli straccioni, i senza lavoro, gli affamati.
Non fotografare le prostitute, i mendicanti sui gradini delle chiese, i pensionati sulle panchine che aspettano la morte come un treno nella notte.
Non fotografare i neri umiliati, i giovani vittime della droga, gli alcolizzati che dormono i loro orrobili sogni. La società gli ha già preso tutto, non prendergli anche la fotografia.
Non fotografare chi ha le manette hai polsi, quelli messi con le spalle al muro, quelli con le braccia alzate, perché non possono respingerti.
Non fotografare il suicida, l'omicida e la sua vittima.
Non fotografarel'imputato dietro le sbarre, chi entra o esce di prigione, il condannato che va verso il patibolo.

Non fotografare il carcieriere, il giudice e nessuno che indossi una toga o una divisa. Hanno già sopportato la violenza, non aggiungere la tua. Loro debbono usare la violenza tu puoi farne a meno.
Non fotografare il malato di mente, il paralitico, i gobbi e gli storpi. Lascia in pace chi arranca con le stampelle e chi si ostina a salutare militarmente con l'eroico moncherino.
Non ritrarre un uomo, solo perché la sua testa è troppo grossa, o troppo piccola, o in qualche modo deforme. 
Non perseguitare con il flash la ragazza sfigurata dall'incidente, la vecchia mascherata dalle rughe, l'attrice imbruttita dal tempo. Per loro gli specchi sono un incubo, non aggiungervi le tue fotografie.
Non fotografare la madre dell'assassino e nemmeno quella delle sue vittime.

Non fotografare i figli di chi ha ucciso l'amante, e nemmeno gli orfani dell'amante.
Non fotografare chi subì ingiuria: la ragazza violentata, il bambino percosso. Le peggiori infamie fotografiche si commettono in nome del "dirittio all'informazione". Se è davvero l'umana solidarietà che ti conduce a visitare l'ospizio dei vecchi, il manicomio, il carcere, provalo lasciando a casa la macchina fotografica.

Come giudicheremmo un pittore in costume bohemienne seduto con pennelli, tavolozza e cavalletto a fare un bel quadro davanti allla gabbia di un condannato all'ergastolo, all'impiccato che dondola, alla puttana che trema di freddo, a un corpo lacerato che affiora dalle rovine? Perché presumi che il costume da free-lance, una borsa di accessori, tre macchine appese al collo un flash sparato in faccia, possano giustificarti?

martedì 9 luglio 2013

ancora Corigliano

Dalle cose ci si distacca. Non sei sempre tu a deciderlo e meno male, vuol dire che sotto pelle qualcosa lavora anche quando pensi di essere in pausa.
Non ho motivo ora, e ancora, di fare bilanci, eppure un confronto con quanto sia cambiato io negli ultimi quattro anni mi sembra normale. Il mondo non cambia, come dicevo qualche giorno fa a …, semmai noi cambiamo nel mondo! tutte le frenesie iniziali sulla fotografia, vedi la ricerca del genere, l'edonismo dell'autocompiacimento, l'accanito inserirsi nei privé mediatici della fotografia, quel virale (finto) bisogno di instaurare un legame col proprio modello, ed ancora la malsana linea guida progettuale come pure il senso puramente consumistico ed estetico dell'immagine, tutto questo, tutto l'essere legati alla fotografia in senso amatoriale, se ne sta andando. Non mi hanno offerto nulla di successo, sia chiaro, resto ancora nei miei spazi quotidiani…

Ancora una volta Corigliano e il suo festival di "quelli che la fotografia" ha voluto giocare un ruolo chiaro sulle mie fantastiche allucinazioni.
Di diverso o nuovo anzitutto il mio approccio. Il castello, le sale, la scalinata, l'atrio, non mi hanno emozionato. Ho salutato poche persone, quelle a tiro. Mentre ero li mi è venuta voglia di non essere li a fare quello per cui ci ero andato, avrei preferito essere in una oziosa vacanza. E la sola ragione che mi ha spinto a sedermi su una sedia difronte alla stessa persona di un anno prima è stata: perché no?
Di Denis Curti ammiro la capacità di parlare di fotografia mettendoci dentro anche le tue fotografie senza farsene accorgere. È questa è una cosa straordinaria, sul serio! Ti apre una finestra, ti mostra lo spettacolo fuori, e tu capisci dove ti trovi in quello spettacolo, che ruolo giochi.  Poi come se niente fosse ti può dire che sta aspettando di vedere un giorno davanti a se la grande bellezza, e non puoi che essere d'accordo, perché infondo almeno un comune denominatore nelle speranze di tutti noi solitari, eroici, ammalati artisti c'è: ritrovarsela  davanti, la grande bellezza.