sabato 31 dicembre 2011

multitraccia

track #1 - voci soliste
La prima volta che ho visto Mapplethorpe in mostra provai una sottile emozione. Fu quasi un decennio fa, avevo visto le sue foto sì in giro su riviste o in formato pixel ma mai le stampe in trionfo su un muro. Quella prima volta le pareti erano nere, poche foto esposte ma abbastanza da mettermi a disagio. Ero in compagnia di un amico, che di fronte alla scena di un indice che stuzzica un glande in primo piano mi sentenzia "No, questo proprio è volgare". Me ne restai zitto, non sarei stato capace di spiegarli che non la pensavo alla stessa maniera, in più c'era il grosso rischio che mi convincesse che egli avesse ragione. Fine della storia.
16 dicembre. C'è lo sciopero dei mezzi pubblici ma tanto Milano voglio percorrerla a piedi, così dopo la lezione vado al Forma. Mi fanno lo sconto perché ho la tessera Feltrinelli. Il Forma è praticamente vuoto a quell'ora; oltre me una coppia, mi pare anziani, sono quasi a conclusione del percorso. Dallo zaino tiro fuori il moleskine che uso per gli appunti alla Kaverdash e inizio dalle polaroid. Ritrovo Mapplethorpe. Le sue immagini quadrate mi ingoiano e scrivo, di getto. È un misto di folgorazioni, note che ricopio da didascalie, pensieri che non fai in tempo a fermare che già ne arriva uno nuovo. Non trovo una foto a cui rinunciare, le amo tutte. La consistenza dei grigi è palpabile. Penso alla sottile ironia: le forme di Mapplethorpe esposte al Forma. Mi sento una scheggia impazzita e i link che apro hanno tutti la stessa matrice. Guardo le foto ma vedo volumi, penso ai volumi e li associo alla geometria, e di qui un flash mi riporta ad una immagine di un libro su Platone di qualche anno fa: all'entrata dell'Accademia un'incisione ammonisce "Entrate solo se conoscete la Matematica". Mapplethorpe lo subisco in pieno, continuo a scrivere sotto dettatura di una voce che so di essere la mia ma che in uno stato di eccitazione attribuisco allo stesso Mapplethorpe. Se ci sono delle foto che vorrei aver fatto io sono le sue, e scusate se bestemmio, se ci sono delle foto che vorrei fare devono avere quella potenza.
Prima di passare dalla libreria mi sono seduto sul divano, in galleria, fra stampe bellissime. Leggo i nome degli autori e i relativi prezzi, mi sembrano anche sottostimati. Trovo fra i libri da sfogliare due autori che non conosco ma che ora mi appartengono come satelliti: Irene Kung e Paolo Ventura. Della prima ho visto il libro Oltre il reale, una raccolta di immagini che non oso definirle di architettura. Davvero qui la luce scrive, e non mi importa sapere come e se con trucchi: sono e voglio essere spettatore. Di Ventura mi ha tratto in inganno il titolo del libro, In tempo di guerra. Scorro le pagine un tantino veloce poi mi accorgo che qualcosa non quadra. Allora studio meglio le immagini e cavolo mi raddrizzo sul divano. Vedete il suo sito, tutto, ma vi assicuro che a monitor non rendono giustizia come le stampe grande formato che ho avuto tra le mani.

track #2 - tappeto d'archi
Mi è preso una cotta per la pellicola, più per il medio formato. Non è un ritorno di fiamma per me. Fondamentalmente nasco con il digitale ma all'inizio scattavo in analogico perché quella avevo; era un matrimonio forzato, non avendo scelto io la compagna facevo il marito svogliato e pigro. Il passaggio al sensore in realtà mi ha reso più pigro ma ormai conservare su hard disk mi sembrava meno faticoso che sistemare con cura dia e negativi. Qualche volta mi sono lasciato andare a riprendere la vecchia canon, sei anni fa comprai su ebay una Olympus OM10 a 30 euro usata due volte, poi mi regalano due, dico due, Hasselblad 500CM con accessori, filtri, moltiplicatori, magazzino polaroid e pellicole scadute. Un culo enorme, lo so. Ma mi sono messo insieme ad una 5d che di cognome fa Mark II e respingo le avance. Fino alla prima lezione di scatto alla kav. ANALOGICO. È amore. Ho prestato per le vacanze natalizie l'Hasselblad che va meglio alla mia compagna di banco che ha pensato ad uno scherzo quando gli ho detto che gliela lasciavo così poteva "vivere una cosa che prima aveva solo visto in mano ad altri". Sto recuperando le pellicole per quando mi ritorna e so come usarle. Intanto flirto con il 35mm.

track #3 - piano (apertura ottave alte)
Ogni tanto mi blocco. Non riesco a scattare. È sempre un problema di approccio. Volevo scrivere una lettera e recapitarla a mano a chi ritengo possa rispondere con cognizione di causa. C'è un pezzo nell'antologia di Marra che continua a ripresentarsi in testa quando ho di questi stati. Sono tratti da un testo sulla psicologia e psicopatologia della fotografia. Lì se ne parla in ambiente medico, a me interessa una sfumatura inserito nel pezzo che sintetizza alcuni miei freni.


track #4 - fiati
Ho fatto ordine al sito. La mia faccia compare nella home. Mi sembrava giusto presentarmi. Un sito è come aprire la porta a qualcuno che vuole visitare casa tua, preferisco esserci io ad aprire quella porta. I bla bla bla su di me non li so scrivere anche se prima o poi dovrò imparare, per questo c'è poco testo. La sezione studio è tutto quello che vivo di fotografia, per lavoro, per progetti, per collaborazioni, per gioco, che non mi nasce dalle viscere. Sono l'io di circostanza, le relazioni al pubblico, l'impiegato in divisa che si impegna nel suo lavoro, la parte della casa dove accogliere gente, pranzare, guardare i film, riposare.
Room IO è la porta con su scritto Privato a cui ho deciso di togliere la chiave. Chiamatela stanza unozero o stanza io, è uguale. L'unozero è quel circuito acceso-spento che sei mesi fa mi ha messo su una strada nuova. Quel lasciare emergere senza averne timore. La coincidenza della lingua italiana porta quell'unozero a leggersi anche IO. Le foto in quella stanza sono, saranno, ciò che non pensavo di mostrare.
C'è una terza stanza: film. Non serve spiegare, ma troverete più in là anche tutto ciò che è pellicola.

track #5 - violoncello (mute)
Due giorni fa ho ricoverato d'urgenza mio padre per disfunzione cardiaca aggravata da accumulo di liquidi. Abbiamo rischiato di perderlo. Intorno a me si è spento ogni suono. Metà di quello che sono lo devo a lui. Si sta riprendendo, lentamente, ma la sua forza non sarà più quella di una volta. Scrivo questa cosa personale qui per un solo motivo. Alle persone a me care credo di aver detto quanto gli voglio bene. A meno di un'ora dalla mezzanotte e all'arrivo del nuovo anno scopro che ci sono stati quasi seimila passaggi da questo blog. A tutti quanti voi che dedicate del tempo a leggere vi ringrazio, di cuore.

domenica 20 novembre 2011

20.11.2011

Novembre, da che io ricordi, è sempre stato per me il mese con una maggiore percentuale di argomenti su cui riflettere, vuoi perché mi avverte che di lì a poco finirà un altro anno, vuoi perché percepisco un abbassamento delle energie nelle persone, vuoi perché in questo giorno in particolare chiedo uno specifico silenzio intorno a me.
20.11.2011
Ha un che di premonizione, l'allineamento è curioso e potrebbe essere l'unico che io viva. Ma sono solo numeri. Non è accaduto nulla di apocalittica importanza, eppure stamattina due gesti, delle mie sorelle, colorati da imbarazzo e silenzio ma entrambi carichi di dignità affettiva, sono stati un contributo commovente che ha rafforzato le mie ultime decisioni. Questa premessa è molto personale e per alcuni saprà come al solito di enigmatico. Se devo racchiudere tutto in un pensiero comprensibile sarebbe "dedicati alle cose vere".
Qualche settimana fa un post su fotografia e parola mi diede da pensare. C'è un aumento del desiderio alla visibilità, alla produzione finalizzata al richiamo di attenzione verso sé. Quello dei libri autoprodotti e le mostre, per la fotografia, sono alcuni esempi. Pressapoco negli ultimi mesi mi sono giunte richieste, piacevoli, dove mi si chiedeva di fare workshop di un paio di giorni a più riprese, avvisi a concorsi, mail su come creare il proprio libro e mandarlo in stampa, desideri di farsi fotografare da me. Io che tengo workshop, ma andiamo! Il piacere iniziale per fortuna ha mutato aspetto. Mi era presa questa voglia di mostrarmi, dichiararmi vivo in questo ambiente. Guardavo le librerie di lightroom ed era una selezione giornaliera di cosa mandare lì, cosa impaginare di là, quale destino dare alle mie immagini. Ma gli attacchi di bassa autostima a volte mi salvano e ben vengano. Leggete il post, traete le vostre conclusioni. Io le mie le ho fatte. Sarà che prendo le cose sul serio ma comincio a infastidirmi a vedere in fotografia la ricerca del successo - che va dal commento su facebook alla pubblicazione - ad appannaggio della ricerca culturale. Ognuno ha la sua libertà, fisica, d'opinione, d'espressione; non mi permetto di giudicarla. Quello che mi urta e accende in me toni di discussione animata è la velocità con cui alcuni vogliono raggiungere il risultato. Qui da noi un proverbio recita che "prima di conoscere veramente qualcuno devi mangiarti un quintale di sale insieme", per dire che assimilare una così alta quantità di sale richiede tempo e solo attraverso la condivisione e il tempo che ci si impiega con l'altro puoi accettarne, dell'altro, le dinamiche, il carattere. Quando pensi di aver capito una persona scopri sempre cose diverse, che ti sorprendono. Mangiare un quintale di sale può richiedere una vita. Conoscere, può richiedere una vita. Perché allora dovrebbe essere così facile - breve - riuscire a fare una foto di ritratto? una foto di paesaggio? sviluppare un progetto? Nei concorsi sul territorio, come in quelli di più vasta area, spesso mi imbatto in foto fortunate o volutamente eclatanti - per non dire da paraculo - dove l'autore non ha la più pallida idea intanto di cosa ha portato a quello scatto, e poi perché mai dovrebbe essere interessante. Sorvolo su chi è chiamato a giudicare.
Dopo la lettura del post, e di conseguenza su quanto di nuovo stavo pensando, mi sono preso del tempo. Ho avvertito in me uno strano disagio, un senso di sporco fatto di condizionamenti e stimoli massmedianici di cui volevo liberarmi, lavarmi. Ho rivisto le librerie con uno sguardo diverso, più rigido. Da alcuni giorni sto lavorando alla pulizia del sito, alla separazione in due compartimenti ben distinti: intimo e lavorativo. Prevedo di pubblicarlo prima della fine dell'anno, se non prima. La variabile k che da metà mese caratterizza i fine settimana - km e kaverdash - mi sta aiutando a fare ordine, oltre che a incontrare nuove persone e a dedicare più tempo all'essenziale, sia nei rapporti che nella formazione. Ho rallentato per viaggiare meglio e liberarmi da alcune zavorre. Oggi, 37 anni, ho meno fiato per correre ma vedo meglio i miei errori.

giovedì 13 ottobre 2011

citazioni

Lo scorso fine settimana a Matera, all'interno del convegno nazionale di teatroterapia organizzato dalla mia associazione teatrale, è stato inserito un mio intervento: un laboratorio di fotografia di tre ore. Nessuna pretesa da insegnante, anche se i ragazzi alla fine sono passati a stringermi la mano e mi sono parsi sinceri; il tema trattato nel mio intervento mi è caro in questo periodo: Fotografia e percezione del sé. Al di là del compito che ho fatto svolgere, desideravo comunicare in modo semplice quanto mi sta attraversando, cosa complicata perché ogni giorno mi sento eccitato come un adolescente che ha scoperto il sesso. E visto che il mondo è meraviglioso anche perché ci mette a disposizione gente che le parole le sa usare, nei giorni precedenti mi sono dato una ripassata ai miei libri per non fare proprio una figura da sprovveduto. Rileggere alcuni passi dell'antologia di Claudio Marra è stata una salvezza per il mio spirito. Forse è per questo che ha funzionato. Alcune delle citazione che ho riportato ai ragazzi ve le posto in basso, non mi appartengono e possono servire ad altri come aiutano me.

Franco Ferrarotti
Fotografare significa scrivere con la luce. Ma l'etimologia in questo caso inganna. Fotografare significa in primo luogo "vedere"...C'è un atto d'amore in ogni fotografia, una sorta di complessa seduzione dell'oggetto, che però va catturato, fissato, congelato per sempre. E' dunque un atto d'amore che non esclude, ma anzi implica un atto di rapina, una cattura... scrivere con la luce vuol dire, come prima condizione, avere bisogno del buio, evocare le ombre.

Italo Calvino
Perché uno che ha cominciato a fare fotografie, non c'è nessuna ragione che si fermi. Il passo tra la realtà che viene fotografata in quanto ci appare bella e la realtà che ci appare bella in quanto è stata fotografata, è brevissimo.


Eduardo Giusti
Non esiste nessuna realtà universale che possa essere osservata oggettivamente da tutti allo stesso modo; al contrario la realtà è relativa alla percezione che ognun ha e il suo significato è strettamente personale, sociale, culturale.


Manlio Brusatin
Un ritratto, pur riconoscendolo altri, non è riconosciuto dall'interessato che spesso si vede diversamente. Se il ritratto pittorico può essere ricusato dal soggetto perché non si riconosce, il ritratto fotografico è inequivocabile anche se si ritiene che un soggetto in quel particolare attimo, o in una determinata età, può riuscire meglio e più riconoscibile a se stesso. Anche per questo si dice che dopo i 30 anni uno è responsabile del proprio volto e questo corrisponde al suo ritratto, cioè al risultato di una vita che dipende da azioni, volontà, scelte. Di tutto questo il suo volto e il suo carattere sono la fotografia.

Diego Mormorio
Più precisamente il fascino che vi è in ogni ritratto nasce da questa domanda: Quale destino c'è dentro questa fotografia?...In ogni ritratto è detto tutto, senza che nulla sia detto chiaramente. Così ognuno vedrà secondo le proprie capacità di penetrazione e alcuni potranno non vedere nulla, perché la lettura delle immagini avviene per folgorazione, richiede una particolare formazione dell'io.


Jean A. Keim
Ogni persona che si trova sul posto in un determinato momento può essere testimone, ma ci sono dei buoni e dei cattivi testimoni: l'uno vede bene, l'altro guarda senza distinguere... ne danno una interpretazione...Due fotografi davanti ad una scena prendono visioni diverse della stessa realtà e nello stesso istante. Ma qual'è la realtà corretta?


Una curiosità su quanto segue. Il sabato sera, durante lo spettacolo presso il MUSMA, nei Sassi, cazzeggiavo all'ingresso rendendomi utile come servizio d'ordine. C'era un freddo assurdo e io ancora raffreddato. Mi rifugio un attimo nella biblioteca e per riflesso prendo a scorrere i titoli dei libri, quasi tutti sulla scultura. Ma visto che il cervello vede prima degli occhi mi sono bloccato su questo volume.



Lo tiro fuori, leggo qualche frase e ne sono colpito. Faccio degli scatti alle pagine della prefazione senza che se ne accorgano e torno fuori. Il libro è una edizione vecchiotta, non so se lo trovo. Sebbene parla di pittura, le affinità che vedo con la fotografia sono per me evidenti.

Ci sono tanti modi di far pittura e altrettanti per intenderla. Uno per arrivare a un'isola non sale sul treno. Per raggiungere le isole occorrono barche perché c'è di mezzo il mare, che è una superficie mossa e non sopporta i binari. La disgrazia della pittura moderna sono i binari. Uno per raggiungere un'isola non può utilizzare che galleggianti: a meno che non si getti in mare e si metta a nuotare. Non comprendo invece quelli che prendono il treno per una traversata sull'acqua. E nel compierla si addormentano e immaginano tante cose estranee alle isole, al mare, alle distanze. Più si allontanano dal luogo che si erano proposti di raggiungere e più cicaleccio intorno alle tempeste e ai perigli.

…Soltanto un genio come Picasso è rimasto fuori dalle idee, dal sistema, da ogni genere di chiarimento filosofico o di guida didattica per facilitare la lettura di un dipinto: «Tutti vogliono capire la pittura. Perché non cerchiamo di capire il canto degli uccelli? Perché amiamo una notte, un fiore, tutto quanto circonda l'uomo senza cercare di capire? E invece nel caso della pittura, la gente vuol capire… Un quadro mi viene da molto lontano. Chissà da quale lontananza l'ho sentito, l'ho visto e l'ho dipinto, eppure il giorno dopo nemmeno lo riconosco quando l'ho fatto. E' possibile penetrare nei miei sogni, nei miei istinti, nei miei desideri, nei miei pensieri che hanno impiegato tanto tempo per uscire alla luce? E' possibile penetrare quanto vi ho messo di me stesso forse contro la mia stessa volontà?»

…I buoni consigli mi annoiano, specialmente quelli che insegnano a far bene. Io non voglio salvare e non voglio essere salvato. Quando una cosa non la capisco vado da un'altra parte. Il mondo è pieno di cose che attendono di essere amate. Sono piuttosto debole per le cose che mi attraggono.

…Picasso ha ragione quando dice che giovani si diventa.

giovedì 6 ottobre 2011

fucking morning

Stamattina la sto passando a letto cercando di riprendermi il più in fretta possibile da questo attacco di tosse-emicrania-raffreddore. Vedo di recuperare un sacco di arretrati e curiosità varie da leggere nella rete e mi imbato in questo



Ma dico: sono io in anticipo o la notizia è passata inosservata? Faccio ricerche fra smentite, scherzi e poche conferme e trovo quello che avevo letto qualche giorno fa a proposito di questo




Ora, Steve Jobs non bisogna conoscerlo personalmente per dirgli Grazie. Ci ha cambiato la vita. Punto. GRAZIE Mr Jobs, e fa buon viaggio.
Della seconda cosa, gente più sveglia e dotata di me ne ha scritto un manifesto esemplare. Lo trovate qui, e se qualcuno dovesse inviarmi una mail di rettifica non lo farò, tanto i 12mila euro per la multa non li ho.

martedì 4 ottobre 2011

sveglio

non riesco a dormire. fra un paio d'ore diventa giorno e la pizza pesante di ieri sera non è la sola causa di questa insonnia. La dispepsia ha prodotto alcune riflessioni interessanti sulla giornata di ieri. Le fermo qui, nel blog dispensa. Non c'era un progetto per gli scatti di ieri, non un'idea da seguire, non una storia, niente vero. Niente. Il bisogno di scattare di qualche giorno fa si è trasformato in appetito, ho messo su una combinazione di abiti, persone, inquadrature e luci da fotografare per farne un test utile a commettere errori e scrivere come promemoria. Tra cambi di ottiche, luci flash e naturale, esterno e interno, mi sono mosso alla cazzo di cane. La scimmia bendata ha scattato pure qualche bella immagine. Domani (oggi?) li rivedo con calma. Ho impacchettato tutto in auto e stavo per andare via, non prima di aver salutato e ringraziato chi mi ha messo a disposizione i suoi spazi. Da quel momento e per la mezzora successiva la giornata ha avuto un senso.
Vito Maiullari è uno scultore. La prima volta che l'ho incontrato è stato ad aprile, già allora ne ho avuto una piacevole opinione e mi promisi di seguire un suo laboratorio per lavorare con la pietra. Pietra di cui lui ne è innamorato. Fuori dalla sua casa ci sono alcune suo opere imponenti: monoliti che suonano che fanno tanto Tibet, parallelepipedi scavati dove sedersi dentro e ascoltare il solo suono del proprio colpo, divani di pietra, e poi stelle enormi di metallo arrugginito, legno e marmo che si incastrano, sassi giganteschi a memoria del tempo, tavoli che non sono tavoli. La sua abitazione e laboratorio ha visto la presenza di telecamere della Rai, fotografi, designer, lui ne parla con lentezza, privo di quel meccanismo di attrazione che spesso rivolgiamo a queste figure altisonanti. Prima di uscire fuori al fresco serale della sua villa, nell'atelier, abbiamo parlato di idee, di come si traducono, lui della sua passione e io della mia, di come le due cose hanno elementi in comune. Mi ha mostrato come assaggiare il tempo, non metaforicamente. Ha rotto in due una pietra murgiana, piatta. La sezione, ha detto, ci rivela adesso la stratificazione e i sedimenti frutto di millenni: qui dentro c'è il tempo. Ha poggiato quel dentro alle labbra e sentito il sapore di quel tempo. Mi ha passato l'altra metà della pietra e in silenzio ho imitato il gesto. La lingua umida ha sentito il fresco. Assaggiare il tempo. La sua cultura della pietra è estesa, non solo come materia. Mi ha ricordato i miti legati alla pietra, la Medusa, Sisifo; le costruzioni offerte alle divinità fatte di pietra, i mestieri legati alla sua estrazione e lavorazione. Prima che lo lasciassi ha condiviso un pensiero che gli frulla nella testa da un po': fotografare il suono.

Non è solo a questo che penso ora. Mi ha stimolato altre idee, più semplici e vere di quelle che affollano la mia scatola dei progetti. Il rincorrere chimere va bene, nella praticità però mi scordo le cose che ho a disposizione, e sono tante. Nell'ultimo periodo mi accorgo di quanto spesso sono fortunato in questi incontri, li desidero, li cerco: voglio ascoltare!

lunedì 3 ottobre 2011

cortocircuitorandom

senso di inadeguatezza sto rubando il tempo oggi scatto seleziona foto non sono un fotografo sono diventato saccente? oggi mi stanno sul cazzo i gruppi fotografici io non ce l'ho un curriculum vitae artistico devo studiare dovrò parlare per tre ore non sono preparato la desaturazione selettiva del colore deve diventare reato! il vuoto dopo aver visto la selezione non ho il progetto per il concorso devo uscire milano e compagnia bella ecco perché ho sognato l'officina stanotte! sono distratto non ripeto inglese da una vita judie foster e julienn moor insieme le labbra a cuoricino no evitiamo! mi restano ancora dieci giorni oggi che giorno è? non ho preparato nulla ancora non sono adatto per questa cosa

lunedì 19 settembre 2011

propaganda

La Prof.ssa Marisa D'Agostino, che insegna latino e greco, ha un forte senso delle proprie radici e crede negli incontri giusti quando avvengono. Così per due anni mi ha voluto affidare le sue classi lanciando idee di progetti teatrali e lasciandomi completo arbitrio sul modus e finalità sceniche. Le cose pare siano andate bene, insomma i ragazzi continuano a salutarmi con affetto e mi hanno confidato intorno a giugno ansie e desideri pre e post esami. In quello stesso periodo la prof mi chiama e mi invita a partecipare ad un appuntamento (questo è il suo quarto anno) che con fatica immane sta portando avanti: il progetto Presenze/Assenze. In sostanza alcuni artisti sono chiamati a creare opere su un tema comune e ad installarle nello spazio adiacente alle gravine del suo paese, fatto di grotte di tufo e pietra. Ora, io con le parole "artisti" e "opere" non capisco come possa entrarci e una installazione non è fare delle foto e appenderle ad una parete e basta. Perciò ho detto di si. Erano giorni pre-benedusi.
La prof mi mette in contatto con Anna Soricaro, la curatrice del progetto e responsabile del centro culturale Zero-uno. Durante l'estate con Anna ci sentiamo solo per telefono, ha una voce gentile ed è empatia dalla prima chiacchierata. A fine luglio con la prof sono sul luogo per vedere gli spazi e capire che diavolo creare, dentro ciò un casino e le immagini di Florianne De Lassée, viste in quei giorni.
Suggestione. Matematica. Duepiùduequattro.
La mattina seguente la spendo a esibirmi nudo davanti a 1500 watt di flash e a sentirmi tanto furbo quanto ladro. Pure il titolo ho copiato dalla De Lassée: Presenze, quello comune delle installazioni era Miraggi.
Le immagini non hanno bisogno di post, solo una conversione in monocromia e una dominante ai toni della terra del luogo. Ne sono quasi fiero. So come inserirle nel contesto e dentro di me si fa strada anche una spiegazione dell' "opera". Incontro Anna alle grotte una settimana fa, si conferma la mia attitudine ad aver immaginato fisicamente tutt'altra persona, e sistemo la bozza per vedere se il risultato si avvicina al mio ego artistico. La faccio breve perché mi interessa raccontare altro…
Ieri c'è stata l'inaugurazione, con la prima visita, e sabato avantieri ho sistemato tutte le immagini. Le ho fatte stampare in digitale su una tela fine, questo perché devono resistere per due mesi in un ambiente umido, soggetto a infiltrazioni e corrosioni. La prima mezzora l'ho passata a osservare le stampe appese nella piccola stanza/grotta. Sinceramente mi piacevano. Ma per quello che volevo farne dovevo accettare il fatto che sarebbero andate distrutte. Non mi appartenevano più. Ad un certo punto mi sono reso conto che tutto il lavoro fatto per arrivare fino a lì mi ha obbligato a pensare in termini nuovi: interiezione immagine e luogo, immagine e materia, percorso dell'osservatore, favorire la comprensione, distacco emotivo da ciò che si è prodotto. Cavolo!
Le immagini è vero le posso ristampare, ma quelle lì sono destinate lentamente a distruggersi nel corso dei prossimi mesi e a questo dispiacere iniziale si è accostato la curiosità di vedere trasformare l'immagine secondo un processo chimico/naturale fuori dal mio controllo. Questo giocare a fare l'artista ha portato un pizzico di brio mentre verificavo gli accostamenti. Molte delle tele le ho sistemate per terra, ricoprendo i bordi con la terra delle grotte e le immagini di me fuori fuoco emergono ancora più confuse, contaminate, prive di identità; e la terra, l'umido e i piccoli vermi di quel sepolcro inghiottiranno, complice il vento delle aperture, la rappresentazione fotografica delle mie recenti confusioni e che mai sarei riuscito a progettare con coscienza. Il risultato finale è molto discutibile, non ne faccio vanto, ma il percorso che mi ha portato fino alla visita di ieri mi è piaciuto, allo stesso modo delle sedute di ritratto, dove l'ora trascorsa a conoscere e scoprire l'altro vale più dello scatto finale.

Per chi passerà dalle parti di Gravina in Puglia fino al 13 novembre e ne ha voglia, ogni domenica mattina alle 10.00 ci sono le visite guidate, per prenotarle si può chiamare al 080.3262593 o al 339.8748609. Troverete penso Rosanna, che si è presa un sacco di appunti per spiegare ai futuri visitatori tutte le installazioni in assenza di noi che le abbiamo messe lì. Gli insulti recapitateli direttamente a me e non ha chi si è fatto veramente il mazzo.








mercoledì 7 settembre 2011

camera con vista

Volevo scrivere un post diverso: aforismilandia. In tema con quanto mi sta accadendo in termini di consigli che giungono da ogni persona con cui ultimamente condivido quello che mi accingo a fare, doveva essere un elenco stucchevole e dissonante di quanto le brillanti menti degli ultimi secoli hanno prodotto in materia di rapporto con gli altri, con se stessi e con le ambizioni e strade da percorrere; la religione decisamente messa da parte. Mi serviva un libro acquistato anni fa e messo chissà dove, perché gli aforismi (ma c'è un sinonimo?) per me funzionano come le barzellette, ossia me ne dimentico appena passo al successivo. Ma non trovo il volumetto da nessuna parte e per ora non ci voglio pensare. La dissonanza la devo scrivere da me.

Da qualche giorno mi sento stranamente calmo, l'esatta sensazione è di percepirmi cavo. Qualunque sia stato il momento di svuotamento non me ne sono reso conto, sebbene adesso posso individuarne gli episodi. Per quasi un mese non ho fatto foto, non ne ho sentito la mancanza, più che mai nei quattro giorni in Umbria e i due di mare concessi come vacanza grazie al buon cuore di chi mi ha ospitato. Reflex a casa dunque.
Mi è nata una ingiustificata antipatia per chi mi dichiara compiaciuto io non esco più senza macchina fotografica! perché in tali autori, quelli in cui mi imbatto io almeno, è manifesto lo scattare tutto/tutti senza senno. Spero mi passi però, celiaci e glutinomani possono essere buoni amici. Solo perché adesso desidero dilatare il momento dello scatto, approfondire quello che accade, conoscere, ascoltare, provocare e in ultimo, se necessario, creare l'immagine, ciò non fa di me un privilegiato. Magari si, ma ognuno si crea il proprio stato felice e io non sono nessuno per giudicare.

Per me è l'Ingegnere, lo è per davvero solo non riesco a chiamarlo per nome pure essendo in confidenza. Ha circa settantacinque anni, un baffo bianco folto, più capelli di me; magro di corporatura cammina lento per via di un acciacco che ha avuto ma l'ho visto avere degli scatti impressionanti, parrebbe incline all'immobilità eppure si piega e opera senza sostegno alcuno, coi suoi tempi, viaggia sotto 1/10 di secondo mentre noi altri operiamo a 1/250, se può servire il parallelismo; fa tenerezza, quando ride sa di cinico ma è una falsa impressione, a me ricorda sempre uno dei vecchietti dei Muppets. L'ingegnere è il padre di un mio amico, la memoria fotografica di Altamura. Ha un archivio impressionante tra diapositive, immagini, stampe, pubblicazioni, enciclopedie del '800 (ultimamente mi ha mostrato una originale Encyclopédie de la Mode del 1862) fossili, macchine fotografiche e da quando vive il digitale una smisurata e poco ordinata quantità di file. Entrare in casa dell'ingegnere è, per me, entrate nel paese dei balocchi. In me trova un buon ascoltatore e mi mostra con entusiasmo gli ultimi scatti prodotti. Dopo aver fotografato e catalogato coi nomi scientifici i fiori della Murgia è passato al mondo degli insetti.
«Ingegnere mi può prestare una delle sue meccaniche? la mia è in riparazione»
«Sei patetico!»
Questo è l'ingegnere, senza filtri. Ho sorriso e lui ha continuato. Eravamo in veranda, lui sprofondato nella sua poltrona e io su una sedia rigida. Gli anziani sanno vedere senza sapere. Mi ha visto dentro e ha tirato fuori le parole giuste. Come per gli aforismi le cose importanti che mi ha detto sono naufragate nelle viscere della mia memoria, eppure il senso è vivo come consapevolezza. Ieri era dalle parti del mio studio e per la prima volta è venuto lui da me. Gli ho mostrato uno foto, l'estratto di un progetto cui sono stato invitato a partecipare. Ha espresso la sua opinione senza problemi, non proprio di conforto. Stavolta ho preso appunti.
...la vita è un insieme di occasioni perdute… fai conto di avere una bacchetta magica e puoi esprimere un solo desiderio, uno! ossia che cazzo vuoi fare nella vita? cosa vuoi?… per fotografare devi essere sempre, costantemente innamorato… innamorarsi produce un'energia che va usata per il bene comune… la storia ricorda le idee al di fuori delle mode perciò non seguire la mandria… non fidarti molto di quello che ti dico, che infondo sono uno stupido io; dicono che gli anziani hanno la saggezza ma non è vero sempre, quest'Italia di oggi l'ho costruita anch'io…

La chiamai ad inizio agosto perché volevo parlarle, se era disposta sarei partito quella sera stessa per Caserta. Due settimane dopo, e per tre giorni, è stata qui da me. E abbiamo parlato, sostanzialmente di me. La domenica della sua partenza avevamo concordato che l'avrei ritratta, la prima per Di-visi, questa cosa che mi frulla per la testa da un paio di mesi. Abbiamo preparato la playlist, un ora e cinque minuti. La canon mi è rimasta tra le mani per tutto il tempo e non ho scattato nulla perché è stata un'altra ora di cose che ci siamo dette. Quando pensai a Di-visi sapevo che c'erano ostacoli tecnici da superare per ottenere quel vero che desideravo, la prima prova mi ha mostrato ciò che sapevo: essendo io stesso parte parte della foto non posso avere il controllo dello scatto, pena l'autenticità. La scelta di premere sull'otturatore fa corto circuito col sapere che premendo produrrò una immagine di me arbitrariamente impostata (posato) allo scatto. Esattamente ciò che non voglio.

Poi sono arrivate mail, l'iscrizione alla Kaverdash, il che stai facendo? di alcuni, il non dar retta a chi ti dice "che stai facendo?" di altri, i silenzi dei pochissimi che valgono un abbraccio, il rimboccarsi le maniche sapendo che nell'ultimo anno ho fatto passi indietro sull'andamento dello studio anche se più gratificato in sapere, il dispiacere che le foto che non puoi mostrare non esistono, il dilemma che per ogni cosa giusta che pensi di aver fatto ne hai commesso cento sbagliate, la musica che sta tornando, i nuovi incontri, quel nuovo che si ha dentro e voglia di esprimere.

lunedì 1 agosto 2011

nanosguardi

Uno degli aspetti interessanti di quando si è troppo concentrati su se stessi, con inevitabile rischio di accappottamento, è scoprire che quel non esiste se non in funzione degli altri. Come spesso mi accade, il mondo di cui fortunatamente sono parte manda precisi segnali che uniti dallo stesso leimotiv convergono verso una sintesi chiara. Un mese fa la sintesi era verità. Sono ancora pieno delle bruciature che ha portato e spero restino i segni. Negli ultimi giorni invece tutto sta dirigendosi verso una nuova sintesi: studiare. Il teorema di Bernardo di Chartres "siamo come nani sulle spalle di giganti" è il motivo del titolo del post.
Sono nella condizione di nano, per guardare e costruire ho bisogno dei giganti, della loro storia, dei loro perché. Collezionare solo le immagini che avrei voluto fare io senza studiare le ragioni della loro creazione non giova ai miei turbamenti attuali.
Tempo fa misi da parte nella mia cartella "ispirazioni" uno scatto trovato sulla rete , dimenticandomene. In settimana mentre mi dedicavo alla lettura e ai lavori di Mona kuhn mi sono imbattuto in quello stesso scatto. Alla luce di quanto avevo conosciuto dell'autrice ho scoperto, con incredulità, il perché quello scatto era finito tra i miei preferiti seppure archiviato con un gesto apparentemente superficiale. I motivi delle opere della Kuhn e il mio avrei voluto farla io avevano un legame di intenzioni molto simile. Alla luce di ciò si è scatenato un aumento del desiderio di conoscenza di ciò che riguarda la progettualità di Mona Kuhn. Ho acquistato due suoi libri e ora aspetto che mi arrivino per poterne studiare meglio altre caratteristiche e trovare più informazioni di quanto la rete mi abbia già dato. Studiare è l'imperativo del presente! Ho sempre vantato una buona memoria ma qualcosa nel sistema ha preso a sgretolarsi, forse per un surplus di input da fermare, anche se nulla mi convince di più del fatto che guardavo con l'occhio distratto e ignorante di chi non sa. Ritornare su ciò che già ho in casa, studiarli forse veramente per la prima volta e analizzandoli con quanto di nuovo ho appreso negli ultimi mesi potrebbe produrre un beneficio a quella memoria che ora mi sembra in declino. Della Kuhn, ad esempio, ora saprei riconoscere una sua immagine o associare una al suo stile senza leggere la didascalia. Tutto questo è magnifico. Tutto questo è guardare. Non ho idea del punto del mio percorso in cui mi trovo, non ho ricordo di cosa vedevo all'inizio di fotografia; so che ogni nuova scoperta apre una porta verso un infinito più grande di quello da cui arrivo, ci precipito dentro con un bagaglio di preoccupazioni sconfortanti eppure stoicamente mi lascio attrarre e cado. Amo la fotografia. Non c'è dubbio. La forma di questo amore tuttavia non è chiara. Si può amare sulla base, certa, di un costante dubbio?

Nanosguardi doveva essere una pagina segreta dove riversare le foto che avrei voluto essere mie, preferisco invece riportarle qui con quello che spero diventi un appuntamento costante. La partecipazione con quanti arrivano da queste parti potrebbe dire di me più di quanto io stesso riesca a fare. Il nanosguardo#01 è una foto di Mona Kuhn, cresciuta in Brasile e che ora vive negli Stati uniti. Appartiene alla serie "France - 2002/2008". C'è della pittura in questa foto, c'è Ingres, il disincanto di uno sguardo che coglie lo spettatore ad affacciarsi su quel mondo privo di affanni, di attacchi all'innocenza, di quel paradiso terrestre tanto bello quanto potenzialmente apatico. Quello sguardo pure invitando a guardare pone una barriera fra due dimensioni: per entrare in una è necessario spogliarsi di tutte le falsità dell'altra.

Io vedo questo.


© Mona Kuhn - France 2002-2008

mercoledì 20 luglio 2011

rooms

Ci sono stagioni che non si dimenticano, ti restano dentro vive, speciali, brutali come ferite. L'estate 2011 è già fotografia. Vorrei poterla scattare davvero, mostrarla, parteciparla a quante (specifico "quante", femminile) negli ultimi quindici giorni hanno subito questa mia marea nera ascoltandomi. Ma è impossibile, potrò solo raccontarla al pari di un ricordo nostalgico. Col tempo.
Ho creato un silenzio insopportabile intorno a me, per sentire meglio, e in questo spazio bianco ieri sera ho scoperto il suono della mia voce. Un desiderio di dialogo che prima non provavo. Abbiamo parlato a lungo di noi, argomenti intimi anche. Eravamo due ciao come va? prima e ora siamo due che si sono guardati negli occhi e raccontato. Mi ha promesso, nell'imbarazzo, che si farà fotografare, per il mio progetto: odio l'immagine fotografica di me, ma ok proviamoci. L'ho ha detto rimbalzando lo sguardo ovunque, timorosamente bella.
Il mio desiderio di fotografare è cambiato. Prima del workshock ( Fra deposita la paternità della parola e guadagnaci qualcosa!) la risposta al Perché fotografo? sarebbe stata comunicare qualcosa di mio. Adesso fotografo per instaurare un rapporto con gli altri, conoscerli, raccontare di me, è ciò non escluderebbe la vecchia risposta. La pratica fotografica finalizzata all'estetica per ora mi è stucchevole, tornerà col tempo, magari col lavoro se tornerà anche quello.
Ho scritto un progetto, esiste pur non avendo fatto foto e vivrà al di là delle foto. Sarà un viaggio e come il migliore dei viaggi devo preparare bene il bagaglio prima di partire. Lo affronto con l'ansia e le paure che mi contraddistinguono eppure con la lucida inevitabilità del cavaliere che si accinge alla battaglia.

Mi rendo conto che questo spazio è cambiato. I post sono divenuti man mano sfoghi, anche incoerenti, ma forse più figli del titolo che li racchiude tutti. Come pensieri passo da un argomento all'altro, di stanza in stanza. Stanze, ecco un'altro viaggio che farò…
Ho caricato sul sito alcune delle immagini fatte a Corigliano. Essendo il mio provider tirchio di spazio, ho messo su solo alcune e private della composizione finale che ho scelto. Ma troveranno il loro luogo. Qui una della serie.

venerdì 8 luglio 2011

a…

a memoria di chi ascolterà voglio dire
a Gaetano e Cosmo, per il sudore e le bestemmie che da dieci anni li fa credere in Corigiano per la Fotografia;
a Pasquale, assistente magnifico di Settimino, una scoperta, vicino di casa e subito amico;
a Erica, modella dall'intelligenza robusta e fiera, che non ti guarda nel mirino ma negli occhi;
a Brigida, i suoi occhi lucidi e la bellezza del suo non essere ancora donna;
a Ovidio, compagno di sedia che per tre giorni ha raccontato in giro di leggere il mio blog con la simpatia che lo contraddistingue;
a Arianna, modella riservata, se la sai prendere ti parla di sé, di disegno e pittura;
A Peppe, il suo non capire e insistere era lo specchio della nostra arrogante bugia;
a Calogero Russo, la sua squisita sicilianità, la sua visione della cosa;
a Martina diciasettenneprimavoltachefotografo, al suo papà che l'ha portata fra noi;
a Anna la poetessa, la sua voce e il sigaro;
a Alfonso, dapprima per me solo allestitore mostra, poi la scoperta di un sapere fotografico enorme, il libro che mi ha consigliato, suo figlio Giosué, diavoletto di circa sette anni che per allontanarlo dalle modelle che dovevano spogliarsi gli ho scattato due ritratti;
a Mena. professoressa di religione che vuole veicolare la fotografia nelle sue lezioni;
a Michele e Francesco, compagni di opinioni e battute sul tragitto verso il lido dove pranzare;
a Elena e i racconti del suo viaggio in Nepal, la sua risata;
a lo sconosciuto con la barba seduto dietro me, mentre lo salutavo mi ha ringraziato perché gli avevo fatto un ritratto, e ad una mia frase che deve averlo colpito mi ha abbracciato sul punto di piangere quasi gli avessi salvato la vita;
a quanti qui non menziono per bontà della mia memoria, sappiate che ci siete;

a Settimio, che ho visto insistere su chi ne aveva più bisogno, piantare il seme della continuità, vestire il ruolo responsabile di chi guida e insegna:

GRAZIE.



giovedì 7 luglio 2011

medium

Nel 2004, per i miei 30anni, un gruppo di corsisti del laboratorio teatrale, trovandosi nell'imbarazzo di "dovermi" regalare qualcosa, pensarono bene di andare sul sicuro. Mi portarono un libro. In copertina una foto di Andy Warhol che scatta una polaroid di se stesso, più in alto un titolo preciso: Le idee della fotografia. E' scritto piccolo, non c'è una sola foto dentro ed è un saggio. Che palle! Quest'ultima cosa potrei anche non averla pensata, ma se è rimasto sulla mensola dei libri per sette anni un qualche moto di repulsione povrei averlo vissuto.
I libri ci scelgono. Lo credo sul serio. Per me non accade solo all'acquisto. Il rito inizia lì ma si perpetua sulla mensola. Ti chiamano, ti dicono ora tocca a me, ora sei pronto per me. Quelli che pensano che esagero o che vado di matto non vivono la lettura come qualcosa di indispensabile, e personalmente mi fanno tristezza.
E' scritto piccolo, non c'è una sola foto ed è un'antologia. Cazzo ci metterò una vita! Questo si, l'ho pensato. Come pure mi è parso di pensare, sperare, che troverò molto di quanto mi sta accadendo. Marra adotta il termine di medianità per esprimere il concetto fotografia, e l'uomo artefice, che traduce il concetto, è medium del processo. Ho fatto mia quest'adozione. Medium. Il fotografo è medium. A pochi giorni da quell'atto che ho chiamato nascere è cambiato poco. Sta sfumando al grigio il colore di quelle giornate di workshop, ma i contorni, il bordo scheletrico e portante della rivelazione si indurisce. La guerra è tutta dentro, fuori sono pervaso da una calma lentezza, la simulazione del quieto sociale, lo scudo che farà silenzio intorno a me. E so di non essere solo in questa ricerca di silenzio, di verità. Non ho ancora aperto gli appunti presi la scorsa settimana, Verità ricordo bene di averlo scritto. Pure non ho più aperto le foto del mio progetto: sono in una cartella sul computer, ne provo soggezione perché ricordo con forza come sono nate, il vero che le ha generate. Mentre scattavo avvertivo le bugie fotografiche che avevo fino ad allora realizzato, ne provavo - ne provo - vergogna. Ho sbirciato nel pozzo, per una frazione di secondo ho visto ed è bastato. Ho visto anche la distanza che mi separa dal mio vero, ma non il sentiero. La parola verità continua a bruciarmi sulla pelle come un tizzone vivo e ne sono grato. Sono vivo. Sento il mio respiro. Non posso raccontare il vero se non evoco le verità dentro me, se non mi libero della plastica interpretazione di ciò che sono ora. Rigetto il comodo, l'artificiale, il piacente, il ruffiano, il verosimile… lo vomito fuori con forza fino a farmi male. Sappiatelo, sto per urlare.

domenica 3 luglio 2011

annozero

Sono nato ieri. il mio stomaco è un groviglio di serpenti che si muovono lentamente, una matassa di vite che ne formano una sola. Questo nascere è stato venire al buio. Mi concentro e i suoni intorno a me sono ovattati, non distinguo niente, è tutto fuori fuoco. Ci sono esseri che si muovono e parlano, si rivolgono a me dandomi compiti, versano parole che non ascolto perché io non mi sento le gambe, avete capito? non mi sento le gambe. Sono qui da poche ore e il mio corpo è solo un pensiero dentro una scatolacorpo. Dove sono i miei vestiti?

Non voglio nascere. Ho paura. Non voglio scendere in quel buio, mi viene da vomitare. E' una bile di immagini e ricordi intaccati dai vermi. Non lo voglio sentire il gelido dell'origine. La mia vita la ricordo. E' stata credere, volare, ero forte. L'eroe. Ma ad un certo punto è accaduto qualcosa, mi sono ammalato di un virus che ha mille nomi. Si è insinuato attraverso gli occhi, la parte esterna più sensibile del mio corpo, si è fatto strada, nutrito, infettato e se abbia preso prima il cuore o la testa non lo so, da quel punto in poi la vita è stata un cancro. Ho un cancro. Quando tocco il mio corpo provo fastidio. Ho censurato l'origine della cicatrice con il desiderio di integrazione sociale. Mi sono abituato a tutta questa luce che si indossa come un vestito aderente, preserva la forma senza mostrare la pelle, protegge dall'abbandono dei sensi. Perché devo guarire? Non ci sono medicine per l'anima. Non voglio nascere!

Mi ricordo questo livello dell'esistenza. L'ultima parola che ricordo ha due segni: IO. Poi mi sono ammalato. Ricordo com'era.
Ogni volta che mi sveglio sento di nascere per la prima volta.
Un parto anestetico, ogni volta speciale, eternamente ripetuto.
Eternamente ripetuto.
Nascere silenzioso.
Come bolle d'aria che risalgono dal mare.
E poi il respiro.
La prima cosa.
Lo sento, mi appartiene.

Le prime volte avvertivo ostilità. Identificavo le cose con lentezza, sforzo. Ora è più semplice: mi basta guardare. Ripeto lentamente due, tre volte i nomi, arrivo a sillabarli fino ad allungare il suono, esasperare le vocali...
esasperare le vocali.
Ogni suono diventa pesante, il nome inutile, il significato insignificante.
Sono diventato una bilancia.
Quantifico ogni lettera che mi appare, ogni parola.
Ho scoperto l'unità di misura delle parole.
È l'anima.
La mia è sensibile.

Ho poche cose nella mia stanza, niente che mi appartenga. I muri sono dipinti di bianco, come il letto, come i fogli che mi lasciano tenere.
Poi c'è il nero, ed è nero tutto il resto.
Il mio mondo ha solo due colori.
Il mondo ha solo due colori.

Mi chiamo IO
Mi hanno chiamato così.
Gli serviva un segno, un suono, definirmi, imprigionarmi dentro delle lettere per essere sicuri di avermi racchiuso nella loro microconvinzione di controllo, creatori universali.
IO
Breve e supremo.
Matematico.
Logico.
Acceso o Spento.
I - O
I, quando apro gli occhi. Ogni gesto una scoperta. Sento l'eco del mio respiro.
Che lettera è il respiro?
È una delle cose che mi piace, il mio respiro.
È perché non riesco a definirlo con delle lettere, non riesco a pesarlo con il mio metro.
I, quando guardo, quando sto fermo in piedi e aspetto che il corpo si muova senza comando. Mi lascio cadere, sollevo un arto, rotolo e mi arresto.
I, sono le grida, le vocali allungate, le giunture delle ossa che suonano.
I, sono il meccanismo dei miei pensieri
I è tutto il bianco, tutta la luce
I sono le secrezioni del mio corpo, quelle naturali, quelle che richiamo con la mano
I è il mio corpo dolorante, la fatica
I è uno stato di energia dentro di me che vuole uscire
I è piangere
I è tutto quello che so, e metà di quello che sono.

O, è tutto il resto.
L'altra metà, quello che non so.
Morte.
Morte?
Mor-te.
Moo-rtee.
Mooorteeee.
Mooooooorrrrrrrteeeeeeeeeeeeeeeeeeee


Anno zero, giorno primo.

Che nome devo scrivere?
Nicola.

giovedì 30 giugno 2011

benedusi#3_li faccio rinascere

7:55
Ho capito. Stamattina è arrivato il senso di questi giorni, le parole di Settimio, il perché, la verità, la storia. Ed è vero: ti si apre il mondo. Ho capito perché nelle mie immagini c'è qualcosa che non mi piace, che manca. Ho sempre confuso la costruzione estetica di una foto con progettualità. Pensavo al risultato finale veicolato da mezzucci, stratagemmi, tecnicismi che mi portassero a quel punto, invece la chiave, vaffanculo!! è prima, il figlio è la conseguenza naturale non di uno spermatozoo figlio di puttana che ce l'ha fatta, ma di un'idea che sta prima e prima ancora: avere un figlio. E per dirla alla Benedusi: tre parole, ne ho risparmiate due.
Ho scritto i miei due progetti, questa volta la parola progetto non mi spaventa, cinque parole ciascuno. Non me ne fotte di provare obiettivi, luogo, diaframmi, chi se ne fotte: CHI SE NE FOTTE!
... cazzo mi sta venendo da piangere

benedusi#2_li faccio piangere

Sono bloccato!
Stasera ho voglia di parolacce, di dirmene quattro come dovere e senza filtro, perciò "Lettera a me stesso#2"

Caro Nicola, ma sto pippone del blocco che cazzo vuol dire? Blocco di che? Ieri sera ti sembrava di aver trovato la genialata, oggi ti salta fuori un piano alternativo che di alternativo ha l'autodistruzione e tanti saluti e sono a sti tre giorni. "La butto sull'humor" hai detto, ma hai capito dove sei? Domani è finito, si smonta e si ritorna a casa. O la fai qui questa cosa o non la fai più, vale per te come per quel povero cristo martoriato oggi. Ma poi tutto sto complicarsi, ma l'hai vista la diciasettene primavoltachefacciofoto cosa tira fuori? Rotto i coglioni con i castelli, le acrobazie filosubconscio. Sei pari a quell'imbecille che inciampa su se stesso. Ci stai a pensare troppo e sai cosa vuol dire questa frase. Fa la cosa. Punto.
La traccia ce l'hai e vedi di non metterci altra roba dentro che non serve, anzi semplifica. Aiuta quelle poverette che domani dovranno decodificare le idee di questa nuova classe di artisti. Ah! quella cosa dei vestiti lascia perdere, detto in amicizia allo stato in cui ti trovi farebbe un danno enorme. Vattene a letto, il caldo, le zanzare...niente appunti su oggi, magari te li segni fra qualche giorno e se non te li ricordi chissenefrega!
Fa la cosa. Punto

mercoledì 29 giugno 2011

benedusi#1_li sconvolgo

Si arriva in un posto, sai che incontrerai delle persone sconosciute, ci sarà da lavorare, pensare e dire e guardare, un tizio con la montatura scura e la voce da basso esordirà dicendo che non ha nulla da insegnare perché noi non abbiamo nulla da imparare, lo conosci questo approccio, da quando segui il suo blog? ti sembra di avergli fatto sempre da assistente tanto quello che dice ti sembra familiare e assorbito dalle sue e mille altre letture. Quando lo vedi arrivare lui ti saluta presentandosi e tu pensi lo so chi sei, ma hai una vaga idea di quello che scateni Benedusi? Ti maledicono e idolatrano, io filtro tutto e mi prendo il meglio, quello che mi serve per aprire quella porta che io stesso ho costruito.
C'è il rito dell'inizio, le formalità e le prima parole da ricordare, me le scrivo a stampatello sottolineato sul block note anche se le conosco, sai mai la memoria facesse scherzi. Domani, giuro, ti conterò tutte le volte che dici fondamentale, non so quanto lo hai ripetuto oggi, ma sarà un simpatico gioco, nulla più.
Sono in un posto che pare voglia dirmi tante cose, prendimi, usami come mai nessuno prima di te, le vedi quelle due modelle lì? falle fare quello che desideri, ci staranno perché sono qui apposta. Non mi convince ma sono vulnerabile adesso. Lo siamo tutti, a turno, per quei primi cinque minuti. Non ho una progettualità e confondo l'idea con il desiderio. Meglio! La lama di Settimio arriva dove doveva, la stavo aspettando da anni, è accaduto che è giunta per voce sua ma poteva essere chiunque altri. Siamo intorno a lui quando ci dice che vaffanculo il posto, la locations, le belle stanze, i culi e le tette, i flash, la luce...La luce!
Fa una cosa per rispondere ad una provocazione, sostituisce una modella con una delle ragazze che fotografa, forse una paraculata alal buon caro Settimio, ma non mi importa, io prendo quello che mi serve e bang! ragazzi mi fa emozionare perché lo riconosco, so quello che sta facendo alla non-modella, perché le parla in quel modo, mani sulla spalla e mi senti io sono qui fidati, guardami. Guardami!
La vedi la chiave?Si, sta a cinquanta centimentri da me e si chiama Verità. L'ho usata, in altri contesti, con altre persone, altri corsi, sul palco.

Quello che scrivo stasera lo capirò solo io... Domani sono previste le lacrime, e se mi approvano quello che voglio raccontare, visualizzato mentre ero sotto la doccia poco fa, se ne sono ancora convinto io, sarà un salto coi cazzi.

venerdì 24 giugno 2011

a un passo da...

ridimensionarmi o essere ridimensionato. La seconda porterebbe i cambiamenti più devastanti.
Sono lì, sul ciglio di un baratro a godermi lo spettacolo che ho di fronte ritardando, quasi non mi toccasse, l'attraversata. Sarò noioso ma uso ancora il teatro per i paragoni...
I laboratori che ti rivoltano, quelli dove te ne esci con le ossa rotte e poche lacrime perché le hai versate quasi tutte, hanno come prerogativa principale la ri-appropriazione e consapevolezza del proprio corpo. Come? Si chiama destrutturazione. Un regredire lento allo stato istintivo, primario, una visione di pura follia per chi osserva e non sa quello che sta accadendo. Per usare una metafora del cazzo è come togliere le parole da una pagina di libro, riportare allo stato vergine il foglio e, con la coscienza del significato di ogni parola, riscrivere una pagina migliore, diversa. La cosa più interessante sta nel ripetere l'operazione, di riscrittura, il numero di volte che ci aggrada alla sperimentazione, conoscere lo strumento corpo (il corpo è anche voce, ricordiamocelo!) e farlo esprimere al meglio di quanto gli è concesso con i propri limiti.
In Shine l'insegnante suggerisce: devi imparare Rachmaninov e scordartene, essere padrone della partitura tanto da non dovere pensare di fare lavoro di richiamo della memoria ma solo di esecuzione.
Quello che so di fotografia ha il sapore di nozioni tecniche, di accademico, con il disagio continuo di non interiorizzare ogni nuova lezione. Per assurdo, mi muovo per istinto ma è un istinto indisciplinato, superficiale, non regolato dall'auto-appredimento, in buona sostanza sopravvivenza. Pensavo di essere una spugna, con buona capcità di assorbimento, scopro invece con dispiacere di compattare e ammassare tutto il bagaglio (in)formativo in angoli della mente e spesso a dimenticarlo lì. L'operazione di recupero diventa sempre più faticosa e allarmante.

Facciamo finta per un istante che so di fotografia quell'abc necessaria che mi permette di muovermi a carponi nelle stanze di casa. Osservo intorno a me individui con un equilibrio diverso dal mio, bipedi allungati; io uso piccoli trucchi per non rovesciarmi da un'altezza minima oltretutto, e mi perdo la corsa, i salti, le cadute, la danza, il ritmo e la visione della postura eretta. Ci sono degli ostacoli che non oso ancora superare. Guardo in una direzione comoda mentre uno specchio velato di vapore continua ad infastidirmi ricordandomi cosa continuo a non voler vedere.

Sono ad un passo dalla destrutturazione fotografica; affrontare la visione sintetica e un po' puttana di una passione che ho eretto a difesa e virtù di un ego da confortare giornalmente in ragione di una onestà tagliente e diretta eppure liberalizzante.
Presto dovrò fare i conti con questo dubbio: continuare a fingere che la fotografia mi porterà nella direzione di scelte consapevoli incluso l'edonismo artistico, oppure essere sul percorso senza morbosamente ripetermi che figata che è la fotografia!

martedì 14 giugno 2011

monday

Ci sarebbero mezza dozzina di post che vorrei scrivere, almeno un paio riguardo il weekend lungo a milano, ma questa settimana sarà dura e il prossimo bagno caldo non so quando lo farò, figuriamoci i post...
La parte noiosa di me che si trascina gli schemi regolari della mia vita precedente suggerisce di scriverli per ordine, secondo logica data, ma infrangere le mie stesse regole è il massimo della perversione che mi concedo, perciò post su la giornata di ieri.
Dopo più di un mese di pausa, Tiziana, la mia amica truccatrice, ha minacciato seriamente di picchiarmi e togliermi il saluto se non si riprendeva a scattare per il nostro progetto comune. Non sarebbe capace né dell'una, né dell'altra cosa, ma, constatato che anche quando si impone ha un suo perché di piacevole, ho ritenuto che avesse ragione.
Ha avuto ragione anche sulle previsioni: volevo scattare in studio in mattinata e usare la luce del tardo pomeriggio per gli esterni. Le mi dice che nel pomeriggio piove e bisogna invertire, io gli replico che finché lei e parruco non finiscono e ci spostiamo a Matera si arriva tardi e col sole sulla verticale, lei mi guarda e ripete secca: oggi piove. Quando nel pomeriggio è venuto giù il diluvio eravamo al riparo nello studio, come lei voleva, ed io mi sono tenuto lontano dall'argomento meteo.
Miriam è la seconda volta che la fotografo. E' parecchio timida a dispetto della sua fisicità. A tratti il suo viso è attraversato da espressioni stupende che durano un nanosecondo; non ne becco alcuna e quando provo a riportarla lì non raggiunge mai quell'attimo: naturalmente non è una modella, fa tutt'altro nella vita. Ha un buona dose di umiltà e un pudore sopra la media delle sue coetanee. Ho rivisto gli scatti a monitor solo nella tarda serata di ieri, imprecando su alcuni erroracci e grato di avere comunque anche buone foto. Ho scattato anche in pellicola, sia 35 millimetri che 6x6, tanto per non farmi mancare il suono delle meccaniche. Mancano invece foto di backstage, le pochissime si sintetizzano in quelle sotto, due delle quali fatte dalla sorella di Miriam non avendo idea di come si mette a fuoco una 5D con sopra un 70/200 stabilizzato: spero sia culo! L'ultima foto è uno degli scatti non ancora postprodotti, il resto dovrebbe arrivare fra qualche giorno.










giovedì 9 giugno 2011

tweet

Milano-Ingresso Triennale. H 10:18
E' mai possibile che negli ultimi mesi io debba lasciare la puglia imprigionata nel grigio delle pioggie e giungere "su" al nord per ritrovarmi perennemente senza sole? Le previsioni per queste tre giornate milanesi portano acqua. Auguri!
Ho un leggero torcicollo per la nottata in treno. Manca una decina di minuti all'apertura: mi aspetta Michel Comte oggi e poi al Fnac per Viktoria Sorochinski (lei non la conosco). Stasera al Slideluck Potshow, motivo principale per cui sono a milano: stanotte da Silvia dormirò di peso!
Ho ancora l'Olympus in assistenza, ragion per cui mi sono fatto prestare una Minolta dall'ingegnere, caricato una T Max 400 e vediamo di ribaltara in positivo questa pioggia.

Post strano, lo so, ma in wifi non mi caricavano twitter.

martedì 7 giugno 2011

senza perdere la tenerezza

Questo è il titolo del libro biografia di Che Guevara, penso non l'unico, ma è quello che ho io.
Da qui è stato tratto il film I diari della motocicletta e racconta anche, e non solo, di un Che giovane. Il titolo è determinante, e l'estratto di una frase più lunga: Bisogna essere duri senza mai perdere la tenerezza.

Nella mia vita, sulla mia pelle - e presto anche sui muri del mio studio - sono scritte delle frasi che sono per me dei veri dogmi: il paradosso dell'albero, che spesso ho inserito nel mio non semplice approccio affettivo; l'inciso del direttore Sandro Iovine, di cui magari un giorno posto la sua vera grandezza almeno secondo il mio punto di vista; da poco si sono aggiunte altre frasi che si stanno rivelando maestre di strada. Tuttavia un legame forte lo provo verso la prima legge della fisica: ad ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria. Essendo fortemente eccitato al solo udirla e quindi immaginandomi il suo sviluppo, non posso essere immune alle speculazioni fantastiche della Teoria del Caos, il Principio di Indeterminazione e il libero arbitrio. Con intervalli sempre più frequenti e tangibili sto spingendo la legge -azione/reazione - verso una artificialità, ovvero: provocare l'azione. La frase di questo periodo è provocare gli eventi. Non mi interessa sapere se è giusto o sbagliato, quanto sia realmente arbitraria questa manipolazione. Ad un certo punto prendo consapevolezza del fatto che decido da me. Sento che incontrare, osare, provocare, mi da molto, più che sperimentare in privato; dal livello del sogno scendo a quello concreto: non più a chiedermi cosa accadrebbe se… ma a farlo. Se ripenso alle ultime due giornate, ai contatti e di chi sono figli, nipoti e discendenti, trovo come risposta una sola e uguale verità: tutto è partito da un incontro non (apparentemente) voluto ma che ho forzato a fare accadere, spesso per non darla vinta alla pigrizia. Perciò ritengo sia importante spingerci oltre le comuni amicizie, ai comuni percorsi quotidiani - non so a quanti capita di percorrere sempre le stesse strade ogni giorno; poiché mi piace molto camminare quando mi accorgo di questa monotonia cambio direzione e mi avventuro per vie diverse anche se più lunghe - , oltre le vigliaccherie che ci proiettiamo o che ci attribuiscono e fare in modo di essere l'esperimento di noi stessi, la particella impazzita che nell'indeterminabilità del caos ha una ragione determinata.
Qui ritorna la premessa sul Che.

A livello atomico abbiamo teorie, principi, leggi. Sebbene lontano da qualsivoglia potenza religiosa, con piacere sostengo un'idea spirituale dell'io. In questo livello c'è il rispetto, l'educazione, l'amore, la commozione, il dolore (emotivo) la rabbia, noi come siamo insomma. Senza perdere la tenerezza dovrebbe essere lo stato in cui farsi trovare ad esperimento finito, o meglio, non perderlo mai. La psicoanalisi e le sue pragmatiche sentenze comportamentali spesso mi danno sui nervi. A trentasette anni ho ancora bisogno delle mie dosi di cartone animato, dei miei momenti di imbecillità, della mia faccia da cazzo quando dico e sento assurdità; senza ciò non vedrei il mondo così come lo registro io, ed un mondo fighissimo da qui, non so a voi ma a me fa battere il cuore.


Paco Ignazio Taibo II Senza perdere la tenerezza
José Rodrigues Dos Santos Einstein e la formula di Dio
Tim Burton Big Fish - Le storie di una vita incredibile

lunedì 30 maggio 2011

salento e dintorni

Grazie all'invito di Rosanna Bassi, stilista, che doveva far sfilare dei suoi lavori, ho avuto la possibilità di vivere il dietro le quinte dell' Apulia Fashion Makers in quel di Lecce lo scorso sabato. Certamente le proporzioni non erano quelle degli eventi milanesi ma non avendo mai vissuto un contesto simile una prima volta è una prima volta: l'adrenalina galoppa. Prima che i riflettori si accendessero ho intrattenuto una piacevole conversazione con Daniela Cardone, fotografa di Ostuni, che doveva documentare il tutto per la rivista dell'organizzazione. La scoperta di vedute comuni provoca in me un senso di partecipazione che si traduce in stare bene fra gli altri. Nell'ultimo mese mi è capitato spesso. Sto elaborando nuovi punti di vista, nuove dinamiche relazionali, nuovi me finora latenti o storditi. A chi mi ha chiesto qualche giorno fa come stai? ho risposto che mi sento recettivo come un'antenna. Assorbo tutto e tutto mi piace come nuovo. Un appetito diverso da ieri perché fatto di uno strato di consapevolezza in più. Ed è arrivato il sole anche!
Stamattina mi sono alzato presto con un chiaro obbiettivo: mettere del verde Chartreuse a due pareti dello studio; mi hanno spostato degli appuntamenti a domani e dovevo riempire la mattinata, mentre scrivo sta seccando la seconda passata. Me lo ero detto a gennaio che il 2011 doveva essere colore.

In basso alcune delle immagine di sabato in quel di Lecce.



on the stage



coffee break



fourteen, the youngest model



before, details



friends



humor about height



dresses list



test shoes



ten minutes to start



five minutes to start



models, photogrpher, helpers



change dress



I fell in love her



the tallest model...



...more tallest



during men's performance



model help the youngest



concentrate



the organizer, Elisabetta Bedori, listen Rosanna Cancellieri



on stage



behind the stage







venerdì 20 maggio 2011

'mbar t llart e mitt'l da part

Letteralmente significa: impara l'arte (il mestiere) e mettilo da parte (fanne buon uso). Magari con sfumature diverse è presente nel dialetto di un sacco di posti. Ai tempi della scuola elementare avevo questo morboso desiderio di vivere un lavoro e nell'estate dell'85 mi feci assumere come garzone tutto fare in un bar, ricevendo una paga di diecimila lire alla settimana. All'epoca non sapevo cosa fosse lo sfruttamento di minori, ero raggiante per quell'impegno quotidiano e per quel sapore incredibile che dava la frase Io lavoro. Negli anni ottanti le cose erano parecchio diverse, con nostalgia ricordo l'atmosfera di rapporti di parentela, quando ci si ritrovava a casa dei nonni, nelle serate calde, e seduti tutti in circolo fuori la porta al piano stradale, si passavano le ore. Quando in una di queste occasioni fu detto che stavo lavorando al bar, un mio zio mi disse appunto 'mbar t llart e mitt'l da part, aggiungendo poi che il mestiere lo dovevo quasi rubare solo osservando da dietro. Certe cose ti restano dentro tutta la vita. Se penso che molto di quello che conosco mi arriva sbirciando o studiando quello che di meglio o peggio fanno gli altri devo dire grazie a quell'imprinting.
Amo i backstage. Ne sono follemente attratto. Avete mai visto cosa accade dietro le quinte durante uno spettacolo teatrale? Avete mai visto lo sguardo di un bambino quando lo fai salire su un palco a fine commedia e gli permetti di curiosare nella e dietro la scena?
Io si, in prima linea. Capisci che c'è una magia e tu la puoi toccare, percepire, ed è una magia accessibile.
I backstage fotografici per me hanno lo stesso valore. Li cerco e rivedo in continuazione. 'mbar t llart e mitt'l da part
Al di là degli aspetti tecnici e modalità di utilizzo di questa piuttosto che quell'altra luce, spesso ho visto video di backstage straordinari, la relazione delle persone sui set, il porsi del fotografo, il clima, le opinioni della troupe in merito al servizio. Può sembrare che tutto sia sempre bello e ben costruito nel video ma quando parlavo di backstage straordinari intendevo anche quelli straordinariamente brutti; lì alzo ancora di più le antennine per non farmi sfuggire gli errori da non commettere. E' mia opinione che ogni progetto che ci prestiamo a realizzare debba includere anche il documento di backstage, che sia video o fotografico va bene uguale, e possibilmente condividerlo in larga scala. Le resistenze personali sul non mostrare/rsi non favoriscono né la nostra crescita né quella di chi ci osserva.
Di ritorno dalla Valle d'Aosta ho trovato in posta il link di backstage dell'ultimo lavoro. Ho ricordato un sacco di errori evitabili ma anche del buono. Lo posto qui. Se a qualcuno venisse voglia di dire qualcosa in merito che non sia un semplice bello o brutto mi avrà dato molto più di un commento. Qui per chi vuole vedere parte degli scatti realizzati.

riprese e montaggio Piero Crivelli
client Rosanna Bassi Atelier
photographer Nicola Petrara
art direction Ferdinando Conte
hair and makeup Michele Branà
model Julia



Rosanna Bassi Spose - Backstage Collezione Fabulous from Rosanna Bassi Atelier on Vimeo.

mercoledì 18 maggio 2011

senior:-) (-: junior

Ci rifletto solo ora che scrivo, ma ieri è stata la prima volta che qualcuno legge il mio portfolio. Speravo, in verità, di ritornare con qualche cerotto a casa, una bella bastonata di quelle che ti fanno apprezzare le cose per differenza o mancanza piuttosto che meriti. Invece ho vissuto l'imbarazzo dei complimenti e, interpretazione personale e opinabile, in qualche caso la non necessaria sentenza per ovvie ragioni di promozione. Però è indiscutibile che sento più i cazzotti che le carezze e avrei preferito i primi così da ribollirmi il sangue.
Scrivevo una mail ieri in cui speravo di incontrare bella genta; speranza avverata. Di ritorno da Bari ho guidato per automatismo, ricordando o meglio memorizzando quanto avvenuto nella sede dell'incontro. Mi ha fatto piacere conoscere personalmente Roberto e Antonio Tartaglione, ritrovare Antonio Fascicolo in veste senior e fare la conocenza di Filippo Covella. Mi perdonino gli altri senior se non li cito. Saltavo da una postazione all'altra per osservare quanto più potevo dai portfolio degli altri e ascoltare i pareri dei senior che venivano dati in merito. Mi è dispiaciuto ascoltare in privato l'orgoglio di almeno un junior, la confusione di qualcun'altro e l'autocensura di un paio dopo aver visto i lavori degli altri. Insomma non erano previsti premi né condanne e il clima era da pizzeria - tra l'altro non ho mangiato un cavolo e ne ho vista di roba buona; ma dove sono finite tutte le bottiglie di vino? - A volte ho l'impressione di andare controcorrente: la scorsa settimana ero una pezza e il mondo sembrava ballarmi intorno, oggi individuo i segni di un ritrovato buonumore e coscienza del fare sudando in opposizione al tutto subito e gratis globalizzato.
Ma sono reduce da un paio di escursioni in montagna perciò viva le salite, i dubbi e le sudate.

Il caro Roberto ha preferito divertirsi in quello che ci piace fare di più piuttosto che leggere portfoli ieri, qui trovate dei suoi scatti durante la serata di ieri, mentre qui il loro blog, che ho trovato molto ben fatto.

istantanee di un viaggio

Le foto che non ho fatto

Click on the pictures to enlarge.

















lunedì 2 maggio 2011

tsunami

Mi hanno preso in giro, ho lasciato che accadesse. Ho creduto ai film, le serie animate dei manga, agli effetti speciali. Hanno raccontato di tsunami apocalittici e mari dominanti commettendo tutti lo stesso errore: l'acqua non resta pulita al contatto con la terraferma. Diventa melma, trascina detriti, distrugge, sommerge, spezza, ammassa, sporca, rovina, uccide. Quel che resta non è il mondo di Conan di Miyazaki. Resta il fango, nuove isole alla deriva fatte di resti di città, i segni di quella poltiglia fangosa che a levarla di dosso ci vorranno anni.
Tsunami è come mi sento. La parte lesa. La fotografia era un'onda pazzesca, fatta di smeraldo e schiuma, di libri e foto quotidiane, di quella passione che ti ubriaca e non ne avverti la sbronza, fatta di riviste, scoperte, e poi i blog ed internet ad alimentare sempre più il muro d'acqua, una centrifuga assurda di ideali che forse riesco a sfiorare, non sono la luna, la posso cavalcare quest'onda, è fatta di metri; poi ci sono le regole, quelle che conosci e ripeti e basta crederci o saperle per essere protetto, come un "il fumo uccide" su una scatolina bianca e rossa; i trentasette anni di consapevolezza che se ci finisci dentro a quest'onda qualcosa d'acqua la dovrai bere, saprà di sale e alghe, la ingoierai puntando alla superficie e aspetterai una nuova. Ma cazzo berrai smeraldo! Invece è Tsunami.

Mi hanno preso in giro o io ho lasciato che accadesse. Non c'è mare in quello che sto vomitando: è fango. Le regole sul ritratto, come edificare gli affari della propria attività fotografica, come si affronta un set, i doityourself creativi, gli elenchi di post autoreferenziali con i tips su come ho fatto, i contatti blasonati ed istruttivi, schiuma e smeraldo che si impasta con l'asfalto e la terra piena di carcasse. Ho il rigetto della fotografia, e la concludo qui questa metafora.

Ho consegnato un lavoro. Il cliente, in un eccesso di gratitudine, mi ha abbracciato dichiarandosi sul punto di commuoversi. Ho restituito un grazie troppo serio, secco e da manuale di dizione. Ho ripensato a tutto quello che c'era dietro quel lavoro. Pianifichi tutto con la ferma intenzione di seguire ogni regola, trucco o istruzione appresi, ripeti le tabbelline per benino perché ti vuoi godere quello che si racconta su essere fotografi, invece capita che una farfalla ha sbattuto le ali dall'altra parte del pianeta e stai risolvendo meglio che puoi con tanti saluti ai manuali. Non ricordo nulla del set, della modella, di come stavano le luci, cosa ho detto e le mie azioni di quel giorno. Restano delle foto per un catalogo ed un cliente che stamattina mi abbraccia con sincerità. Sono uscito che ero triste. Dov'è finito il mio momento di egoismo fotografico? Quello dove scelgo quando è l'attimo in cui spingere fino in fondo il pulsante di scatto? Quel click che è orgasmo? Ho una persona gratificata da quello che ho fatto, ma per quanto ricompensato fino all'ultimo euro, non ho niente che appartenga a me soltanto.
Questo senso di vomito fotografico lo provo da qualche giorno. Sto ascoltando in silenzio internet. Non capisco cosa mi stia succedendo. Le nuove foto delle persone che piacevolmente seguo mi lasciano indifferente: le osservo e ne ammiro gli stili ma non c'è sorriso o piacere che passi da me. Per non parlare di una mostra che hanno allestito nel centro a cui ho superficialmente posato lo sguardo decretandola inutile.
Ma cos'ho? Questa parte della storia non me l'ha mai raccontata nessuno.