martedì 1 maggio 2012
computer, definisci Fotografia
Mi fu chiesto tempo addietro di tenere delle lezioni di fotografia. Concordammo, prima di tutto, che non si sarebbe mai chiamato "workshop", e che non si aspettassero da me un lezionario tecnico per poter fare foto perfette.
Con l'arrivo della primavera son tornati i fiori e i corsi base di fotografia. Ma onestamente ha ancora senso parlare di corso base al 2012? Costruiscono macchine che non ti devi preoccupare di nulla se non di avere un indice funzionante, e se non bastasse, sul web tutto ciò che di base occorre per dare un senso a quelle icone stampate sulle suddette macchine prodigio. Io no, non sono il corso base. Arrivo molto prima, quando ancora non c'è nulla e ti guardo negli occhi, ti fisso, in silenzio; aspetto un cedimento, una distrazione o anche una chiara volontà per domandare ma perché vuoi fotografare? Per me, che scrivo, è una faccenda maledettamente seria la fotografia. Con me si viaggia lentissimo e su strade rovinate. Qualche giorno prima feci recapitare al gruppo il domandario. Domande di cui io non chiedevo alcuna risposta bensì che si interrogassero su apparenti banalità. Continuo a dire che non sono un insegnante, i fotografi non possono insegnare fotografia. Posso parlare di me e della mia fotografia, da cosa è alimentata e spesso è anche un casino per come la sua essenza sia incatramata di elementi che non mi appartengono. Quello che vale per me non può funzionare per un altro, o magari si ma intanto si sta perdendo qualcosa di straordinario e cioè la sua visione di dire in immagini come vede e sente il mondo. Ad è quello che chiedo: di trovare il coraggio di dichiarare le proprie ossessioni e desideri trasformati in fotografia. Il mondo non ha bisogno di nuovi fotografi e cloni di fotografie, ha bisogno di essere sorpreso da prospettive non ancora battute. Se chiedessi al mondo di fotografare la stessa scena ci sarebbero potenzialmente quasi sette miliardi di immagini diverse, una l'impronta di ogni identità.
Il Domandario
1) Come spiegheresti a ET cos’ è una fotografia?
2) Cos’ è la “bellezza”?
3) Qual’ è la parola più bella che conosci?
4) Se ti fosse concesso un solo desiderio da esprimere, cosa chiederesti?
5) Se non fossi tu, chi vorresti essere?
6) Qual’ è il tuo pensiero ricorrente?
7) A un bambino che ti chiede a cosa serve una fotocamera cosa rispondi?
8) Quanti modi conosci per dire che apprezzi una cosa?
9) Qual’ è il luogo o la condizione che ti fa stare più bene?
10) Perché fai un corso di fotografia?
mercoledì 28 marzo 2012
svenire
Mi ricordo la prima volta che sono svenuto; me le ricordo tutte! Ero in fila per pagare il ticket del sangue che mi avevano prelevato. 19 anni. Sono in piedi nella fila indiana che aspetto il mio turno e intorno ci sono voci, colori, ritmi, forme. E comincio a pensare, a pensare. Più penso più il cerchio dei pensieri si stringe, quello che c'è intorno esce di volta in volta dal cerchio fino a concludersi con il pensiero punto: oggi non torno in officina. Thumm.
Della botta che la mia testa prese cadendo ricordo il suono, non il dolore. Poi ci fu il ritorno, e il cerchio si riallarga. Quando realizzai cosa era accaduto, con ancora gente intorno che si prodigava a regalarmi caramelle zuccherate, osservai che questo è svenire? è bellissimo!
Svenire è mettere a fuoco l'essenziale. Il superfluo lentamente viene messo da parte, senza obbligo di rimorso, con garbo. L'attimo dell'ultimo pensiero cosciente che precede quel thumm già immerso nel nero (sebbene io non sia daccordo ad identificare di nero lo stato di perdita di coscienza, lo utilizzo qui quale ormai immaginario collettivo) per me è analogo all'istante che precede il clic di qualsiasi otturatore. Fuori da ogni crudeltà, penso che la gente dovrebbe svenire più spesso. I fotografi più che mai.
Quelli di una presunta categoria davanti ad una scena, un soggetto, una persona, che bramano di fotografare, cominciano a pensare e a pensare a tutte le stronzate sulle impostazioni, e la post, la carico su fb, e madonna che tette questa, chissà i commenti, questa fa portfolio, a Henri Cartier Bresson e altri dieci maestri della fotografia piace la foto che hai fatto (tanto per loro la Fotografia si riduce al solo Bresson), faccio una mostra a fine mese dal titolo minchia quanto sono bravo, e intanto premono, clic, e gli arriva una botta dietro la nuca che sì gli fa perdere i sensi, ma non è svenire. Svenire è bellissimo, l'ho detto. E' un pensiero solo che avvolge. Sei tu stesso il pensiero. Quando riemergi senti una calma e un senso di amore, di nuovo.
Riassaggi il mondo con lentezza (quanto hai ragione!), grato.
Così, mentre pensavo di essere stato fuori per un po', lontano da tutto, a chiedermi come procedessero le cose, lentamente il cerchio dei pensieri si stringeva. Domenica scorsa il pensiero punto.
Ho sorriso, prima di svenire.
mercoledì 14 marzo 2012
118
QUALCOSA D’ESTATE
Ad un tratto mi ricordai delle caramelle.
Mio padre le aveva prese dalla credenza - quella con i vetri colorati - la mattina, prima di uscire. Quell’azione così naturale, quella ricerca di qualcosa di semplice, come semplice è una caramella, mi colse di sorpresa. Era mio padre, in quel momento, ma perché pensare alle caramelle? Aveva ben altro per la testa. Poi una logica quasi meschina mi diede risposta e non fu affatto difficile lasciarlo andare via senza continuare in quella mia analisi: era mio padre, nel bene e nel male, nel tempo e per sempre.
Era accaduto qualche ora prima.
Non ero felice. Non ero triste. Neppure mi sentivo compreso in quella lista di stati d’animo che comprendono la malinconia, il rimpianto, la noia, la serenità o l’allegria. Svegliandomi, realizzai di essere infastidito da un pensiero scomodo e petulante. Era primo agosto: le vacanze non sarebbero durate molto ancora.
La voglia di alzarmi era scarsissima eppure l’odore del caffè proveniente dalla cucina mi fece capire che la colazione era pronta. Afferrai i pantaloni dalla sedia e l’infilai. La caffettiera era sul tavolo, come pure il pentolino del latte e il resto, ma la cucina era già bella e ordinata. Lei, mia madre, stava asciugando l’ultimo angolo del lavandino ed aveva una marcia in più rispetto al suo solito. Sedetti e versai nella tazza quella che sarebbe stata la colazione.
“Ha chiamato lo zio prima”, disse mamma laconica. Non si girò a guardarmi. Chiesi cosa volesse zio.
“Marina ci ha lasciato”, rispose. Fu fredda nel dirmelo. E paradossalmente quella freddezza mi scottò. I vapori del latte salirono al mio naso e mi riscaldarono il viso. Restai immobile, ad osservare il formarsi lento del velo di panna nella scodella. In quell’oblò pallido i miei ricordi di ragazzo disegnarono la faccia pulita di Marina. Ci ha lasciato, un modo meno diretto per dire è morta. È morta.
Pensai se per caso la circostanza richiedesse qualche frase da dire a mia madre, per associarmi ad un dolore che ancora non avevo imparato a conoscere. Poi capii che volevo starmene zitto. Volevo delle risposte senza domandare nulla. Sapere cosa sarebbe accaduto adesso. Sapere se la nonna era già stata avvisata. Sapere quale percentuale avrebbe avuto ora Marina nella mia vita. Ed ancora come comportarmi nelle restanti vacanze. Dovevo piangere se a un certo punto sentivo il desiderio incontrollabile di farlo?
Dopo quella notizia tutto si svolse come sempre in casa. Mi lavai la faccia ed i denti, indossai i vestiti comodi di tutti i giorni, accesi il computer, facendo zapping tra un gioco e l’altro e lasciando che il tempo scivolasse per inerzia. Erano davvero le stesse cose di sempre? Non mi ero lavato: dell’acqua mi era finita sulla faccia e non è la stessa cosa. Il computer non rappresentava quella mattina un’autentica distrazione. Mancava qualcosa. Una direzione? Mancava una lucida ripartizione dei pensieri, mancava la voglia, il registro di un ritmo, mancava una Marina, adesso.
…..
Ma se invece di mancare era qualcosa in più? Il silenzio inusuale di mia madre, ad esempio, la spirale dei ricordi su mia cugina, la maledetta voglia di prendermela con qualcuno. Tutto questo era naturale quanto legittimo. Si ma poi? Cosa c’è dopo uno sfogo di rabbia? Dopo un funerale? Dopo una cloaca di membra insanguinate chiamata ricordi? Dopo. Dopo un giorno? Due? Tre? Rimane tutto quello che è rimasto. Lo sapevo, intuito da ragazzino sveglio suppongo. Il segreto del vivere una vita serena sta tutto nel non rimanere quel pizzico di tempo in più a riflettere su se stessi nei casi della vita. Si perde l’attimo e tutto va avanti comunque. Mi venne questo pensiero quella mattina, di fronte ad un monitor e uno Shanghai che non riuscivo a risolvere.
Mio padre tornò verso mezzogiorno. Venne a cambiarsi la camicia e a lavarsi le mani e la faccia. Lo sentii entrare, ma se avevo avuto l’impulso ad alzarmi per andargli incontro, domandargli qualsiasi cosa, subitamente si spense e ricaddi sulla sedia. Li sentivo parlare. Mio padre raccontava di chi era arrivato a casa degli zii, i percorsi che aveva fatto per risolvere le faccende che sono di queste circostanze. Tutto questo non mi interessava. Finalmente riuscii ad andare in cucina. Loro erano là. Mio padre aveva finito di cambiarsi. Mi diede il buon giorno, come sempre. Non si accorse che l’abitudine va controllata. Sarà, ma risposi. Aveva voglia di parlarmi. Tutte le pieghe intorno ai suoi occhi si mossero e vidi che si tratteneva un male dentro. Desiderai gridargli di andarsene al più presto per non dovere sopportare di vederlo in quello stato. Mi accontentò. Si oscurò in corridoio aprendo la porta, poi rientrò in cucina prese le caramelle forti alla mente si girò e scomparve.
Ad un tratto mi ricordai delle caramelle.
L’aria viziata della stanza non riuscivo a sentirla: ero lì da molte ore. Sin dal primo pomeriggio avevamo abbandonato casa per sistemarci in quella degli zii e di Marina. Le famiglie si erano riunite. Fu la rimpatriata più triste che ricordavo, tanto diversa da quelle di quando ci si riuniva per i cenoni o per le ricorrenze allegre. Continuavo a pensare ai würstel, non quei piccoli ma quelli grandi, marchio indelebile di una Germania grassona, sempre presenti in queste occasioni, e l’insalata verde e riccia di quando in quelle sere c’erano i nonni e gli zii, i cugini e le sorelle e i fratelli, di me piccolissimo ancora, del non ne voglio più mamma per alzarmi da tavola e giocare con i miei cugini.
Un altro ricordo.
Fuori c’erano i lampioni accesi. Le ore in quella stanza avevano strisciato lentamente; non una dopo l’altra ma come se fosse stata un’unica ora dilatata. A quel punto della giornata la faccenda aveva preso una piega soporifera. Le chiacchiere dette a bassa voce da quei parenti che conoscevo e da altri mai visti prima erano lo specchio di una stanchezza controllata con sforzo. Non li ascoltavo, non ne avevo voglia, pure le parole entravano nella mia testa e quelle più grosse rimanevano intrappolate alla rete dei miei meccanismi di memoria come pesci. Tutte, però, erano immangiabili.
Ero stanco di stare seduto. Ero stanco di stare in piedi. La stanchezza ti stanca; voglio dire che ad un certo punto la incassi senza più reagire, ne fai una questione di sopravvivenza dove tu hai già perso da un sacco la tua chance di farcela.
Stavo appoggiato alla porta, adesso. In quell’improbabile sala d’attesa c’era la mia famiglia e due signore grasse e ben avviate ad essere vecchie. Più due tizi, un mio zio lontano e un anonimo. Otto in tutto con me. Una delle due donne aveva di che parlare su un certo Donato il salumiere. Si schiarì la voce e aprì una parentesi nel suo discorso per avvertire che era rimasta senza voce perché prima sono stata in corridoio e devo essermela presa proprio brutta quest’altra cosa ci voleva, bah!
Mio padre ne tirò fuori una. La caramella. Offrì la piccola scorta. Questa è l’ora dell’aperitivo, mi venne da pensare. Quando ne hai cinquanta di anni, come quelli di mio padre, lo sai quando è l’ora dell’aperitivo durante una veglia; hai imparato a dividere il tempo in parti più o meno uguali tra i momenti di tristezza e buonumore. Io non li avevo i suoi cinquanta e quindi non presi quelle sue maledette caramelle che ti fanno star bene la gola e ti rimettono apposto e ti danno il via per riprendere un’altra battuta su Donato il salumiere e ti portano tutto un altro cazzo di mondo e tempo che non è quello che è in quel momento.
Marina stava zitta. Non si muoveva. Aveva gli occhi nascosti dalle palpebre. Aveva due anni meno di me e fra qualche anno avrà un bel seno pure lei, se Dio vorrà, non quelle due piccole punte che adesso fanno anche una certa impressione. Me la stavo guardando per bene dopo essermene andato dalle caramelle. Era bella Marina. Tutte le bambine morte che non hanno avuto un incidente che le ha sfigurate sono belle. Lei sarebbe cresciuta nella mia testa. Le cugine si scopano per prime Avrebbe avuto un bel corpo. Le cugine si scopano per prime. Le areole scure come i suoi capelli. Le cugine si scopano per prime. Forse avrebbe avuto un fidanzato più in là. Le cugine si scopano per prime. Doveva portare poco trucco ma unghia smaltate. Le cugine si scopano per prime.
?!
Volevo darmi un cazzotto per lo schifo che stavo pensando. Associare la misericordia a certe visioni è come mettere il peperoncino su un’ostia consacrata. Ti verrebbe un erezione a pensare alla Madonna e questo è peccato mortale.
Piansero tutti quel giorno. Ognuno nelle necessarie dosi personali.
Io no.
Aspettai di vedere Marina negli ultimi istanti per farlo. Continuava a stare zitta e ferma e mi faceva una rabbia quella sua indifferenza al mio sfogo. La morte è solo dei vivi, pensai. Quelli non lo sanno mica che sono morti. Stanno lì e basta, o non stanno lì e basta. Da quest’altra parte si piange, si saluta, si mangiano caramelle, si parla di salumieri, si rievocano i würstel e tutto quanto il resto. Ai morti non è chiesto di piangere o ricordare. Noi restiamo e sono cazzi nostri adesso. Con tutto quello che ne consegue. Fra poco Marina sarebbe scomparsa e di me ancora non ne voleva sapere. Avrei potuto parlare tramite foto ricordo ma sai che bellezza, roba da barzelletta. Le cugine si scopano per prime. Questa volta lo pensai e lo desiderai assieme perché si può amare anche in modo non concettuale.
La chiusero.
La chiusero.
Un rituale di lacrime, che furono delle più pesanti che ricordassi, mi disubbidirono e tutti le videro. La colpa era di Marina. S’era organizzata il suo momento di gloria per deridermi al pubblico dei parenti. E non aveva mosso un dito. Fu che per dirgli Vaffanculo avrei dovuto gridare proprio forte. Tuttavia non mi avrebbe sentito. Marina. Però non era odio. Era una metafora per dire che Le cugine si scopano per prime ma ormai io sto qua e tu non stai da nessuna parte. Il tu sarei io.
Vaffanculo pensai e intanto volevo abbracciarla, stringerla.
Mi girai e trovai mio padre. Lui non era Marina ma era uguale se abbracciavo lui? Aveva l’alito di caramelle forti alla menta. Forse mi venne da ridere a quella scoperta. Una risata che sarebbe stata isterica a farla venire fuori.
Poi.
Poi rimase tutto quello che c’era da rimanere.
Le caramelle di mio padre poi.
P.s. La morte è solo dei vivi.
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Ieri ho riportato mio padre in ospedale. Solo da qualche giorno era a casa, dopo due mesi in clinica e un operazione al cuore. Ha preso a sputare sangue, di un rosso brillante, e non la smetteva più. Nelle ore trascorse al pronto soccorso, in attesa del ricovero, è riemerso il racconto sopra, scritto più di un decennio e mezzo fà e relativo ad un episodio realmente accadutomi. Mentre lo guardavo sul lettino, in una stanza illuminata a neon riempita di "urgenze", ho pensato due cose: non ho caramelle alla menta da offrire a questi signori. E non ti ho mai fatto il ritratto, papà.
giovedì 8 marzo 2012
limitless
Non sono qui per fare un elenco di titoli e generi di pellicole che fanno la mia playlist, ma adesso so cosa non riuscivo ad afferrare nella girandola dei pensieri l'ultima volta che sono tornato da milano.
Limitless è un film che ho visto mesi fa, a casa. Uno sfigato, fallito, un perdente, prende un farmaco che gli apre il cervello, ossia lo fa funzionare al pieno delle sue capacità, e la sua vita fa un'iperbole. Si rende conto che è capace di cose straordinarie. Per suggerire allo spettatore lo stato di doping danno al protagonista una vista "grandangolo spinto". Guarda un po'!
Otto mesi fa, nelle vita reale e in tema di fare la fotografia, Settimio Benedusi ripeteva ad un gruppo annebbiato "se capite il senso, l'approccio a tutto questo, vi si apre un mondo davanti". Il mio ha iniziato a schiudersi allora pian piano. Non posso spiegarlo scrivendo, è necessario, per me, avere un interlocutore reale, che crei con me un dialogo e reagisca con me alle riflessioni. Qui non racconto cosa c'è nel farmaco, ma di quello che mi fa fare. Adesso mi sembra tutto più chiaro. La prima e unica volta che ho fatto un corso in piscina, poco più che adolescente, passavo le ore di lezioni a ingoiare acqua e a sfinirmi con bracciate inefficaci. Poi un giorno entro in acqua e finisco la vasca senza batter ciglio, come se ne fossi sempre stato capace. Mi sento così. Vedo un po' più grandangolo. Gli aspetti tecnici della fotografia che prima mi creavano tensione, si sono rivelati. Nuoto con maggiore fiducia. Mi viene da pensare a fare foto che prima non avrei immaginato o che ritenevo lontane dalla mia portata. Le progetto e ne conosco le difficoltà. Ma il dato più importante è che adesso, soltanto adesso, riesco a prevedere l'immagine che poi otterrò.
Come nel film, che ogni dato immagazzinato nella memoria diventa elemento facile da recuperare e sfruttare, davvero l'unico limite adesso e quello che, effettivamente, non conosco.
domenica 4 marzo 2012
no title
Non ho messo nessuna playlist. Silenzio.
Da due ore leggo i post che da giorni sono lì. Per un po' avevo scelto di evitarli.
Stasera mi sono preso i più gustosi; è capitato qualcuno insipido, così ho smesso per non rovinarmi il sapore.
I miei di post sono ancora sull'iPad. Li ho scritti in questi ultimi due mesi, molti nei fine settimana verso e di ritorno dalla kaverdash. Perché non lì pubblico? Perché adesso mi sembrano sgasati, sbiaditi. Sono nati in momenti precisi e quei momenti erano pieni di magia. Quel sapore non lo posso richiamare e l'operazione amarcord sa di medicina.
Per ora è così, domani avrò cambiato idea e tirerò fuori i conigli dal cilindro e i fazzoletti diverranno colombe.
Sono vivo, si sappia.
martedì 14 febbraio 2012
in vena di aforismi
Essendo completamente avvolto in un problema serio come la salute di mio padre, tutto ciò che reputavo primario ha preso una piega quasi ridicola. Fino al punto di stare ventiquattrore senza che l'elemento fotografia entri in circolo. Mentalmente ho scritto parecchi post in questo periodo, alcuni considerandoli interessanti ho dovuto fermarli su iPad come note da rivedere. Così senza deciderlo finisco a scrivere un e-diario pregno di ricordi che emergono da molto lontano, cronache di ore in sale di attesa, coincidenze prese al secondo per luoghi, mezzi e temperature diverse in poche ore. Ancora una volta nei momenti di maggior pressione trovo alcune delle risposte che chiedo. Su di me funziona il metodo dello scarto. Elimino, sbuccio, semplifico, pulisco, liberandomi di superfluo.
Due aspetti che fino anche ad un anno fa mi turbavano, come e cosa, ora riesco a percepirle molto più vicine di quanto non immaginassi. A spiegarlo non ne sarei capace, perciò le lascio dire a chi sapeva farlo senza essere necessariamente in vino veritas.
L'unica cosa che conta nella vita è saper godere realmente del proprio essere, noi cerchiamo facilitazioni ovunque solo perché non sappiamo cosa possediamo, usciamo fuori da noi solo perché non sappiamo cosa c'è dentro, così abbiamo un bel da montare sui trampoli, pure sui trampoli bisogna camminare con le nostra gambe, facciamo di tutto per salire più in alto ma anche sul trono più alto del mondo non siamo seduti che sul nostro culo.
e per Tina, che fa chiosa su quanto dettoci stamattina:
La sete di sapere è un dono ma è stato regalato alle persone non per farle sentire più comode ma per metterle sulla graticola dell'attesa e del dubbio.
Entrambe di Michel de Montaigne
lunedì 30 gennaio 2012
primitivo di Manduria
Paziente: Da un po'
D: Con un po' intende giorni? settimane?
P: Alcuni mesi
D: Ne prova o ha mai provato conforto?
P: Tutte le volte, ma solo inizialmente.
...
D: Lei ha troppo idealizzato il suo passato. se ne liberi!
P: Dei pensieri o del passato?
D: Sono la stessa cosa, non trova?
P: Mi sta dicendo di smettere con la fotografia
D: No, perché lo pensa?
P: Perché la fotografia è passato, ogni scatto è l'idealizzazione di un attimo.
...
P: Ognuna delle miliardi di foto prodotte fino ad oggi è un tributo a quella porzione del Tempo che, almeno concettualmente, possiamo possedere: il Passato. Non esiste una foto del Futuro, meno che mai del Presente.
D: Continui
P: Pensare una foto, una da realizzare ancora, è già Passato, perché il pensiero che la prodotta si muove anch'esso sulla linea dl tempo. Quando poi la produco fisicamente, rifacendomi a quell'ideale, sublimo l'idea e, inevitabilmente, il Passato. Se mi libero di quell'ideale, come lei suggerisce, non posso produrre nulla.
D: Lei confonde la proiezione con il riflesso.
P: Come?
D: Se permette, uso un elemento che riguarda il suo campo per un esempio: la luce. Una fonte luminosa emette un fascio di luce che va verso un qualcosa, proiettare, quindi va in avanti; il riflesso, viceversa, arriva da, procede indietro. Con la pratica del pensare una foto ci si proietta in avanti, il tentativo di considerare tale pratica come tempo che scorre è illusoria.
P: La luce del Sole impiega otto minuti per raggiungere la Terra.
D: L'esistenza di un corpo, nel caso che lei propone il corpo Terra, determina il Tempo, In sua assenza quella luce esisterebbe comunque. Allo stesso modo il tempo per realizzare una foto è stabilito solo in virtù della presenza di un corpo sensibile che accetta la luce, fatto ciò ne otteniamo il riflesso, la foto, che procede indietro. Finché non la scatta, quindi l'attimo di Presente che entra nel Passato, la sua foto vive nel Futuro.
P: Perché ritiene che abbia confuso le due cose: proiezione e riflesso.
D: Perché ha attribuito al suo passato il compito che non gli spetta. Lei lo identifica come la sorgente, semmai è una parte della radiazione luminosa, e potrebbe, sì, utilizzarla per illuminare la sua fotografia.
P: E cos'è la fonte allora?
D: Lei.
sabato 31 dicembre 2011
multitraccia
La prima volta che ho visto Mapplethorpe in mostra provai una sottile emozione. Fu quasi un decennio fa, avevo visto le sue foto sì in giro su riviste o in formato pixel ma mai le stampe in trionfo su un muro. Quella prima volta le pareti erano nere, poche foto esposte ma abbastanza da mettermi a disagio. Ero in compagnia di un amico, che di fronte alla scena di un indice che stuzzica un glande in primo piano mi sentenzia "No, questo proprio è volgare". Me ne restai zitto, non sarei stato capace di spiegarli che non la pensavo alla stessa maniera, in più c'era il grosso rischio che mi convincesse che egli avesse ragione. Fine della storia.
16 dicembre. C'è lo sciopero dei mezzi pubblici ma tanto Milano voglio percorrerla a piedi, così dopo la lezione vado al Forma. Mi fanno lo sconto perché ho la tessera Feltrinelli. Il Forma è praticamente vuoto a quell'ora; oltre me una coppia, mi pare anziani, sono quasi a conclusione del percorso. Dallo zaino tiro fuori il moleskine che uso per gli appunti alla Kaverdash e inizio dalle polaroid. Ritrovo Mapplethorpe. Le sue immagini quadrate mi ingoiano e scrivo, di getto. È un misto di folgorazioni, note che ricopio da didascalie, pensieri che non fai in tempo a fermare che già ne arriva uno nuovo. Non trovo una foto a cui rinunciare, le amo tutte. La consistenza dei grigi è palpabile. Penso alla sottile ironia: le forme di Mapplethorpe esposte al Forma. Mi sento una scheggia impazzita e i link che apro hanno tutti la stessa matrice. Guardo le foto ma vedo volumi, penso ai volumi e li associo alla geometria, e di qui un flash mi riporta ad una immagine di un libro su Platone di qualche anno fa: all'entrata dell'Accademia un'incisione ammonisce "Entrate solo se conoscete la Matematica". Mapplethorpe lo subisco in pieno, continuo a scrivere sotto dettatura di una voce che so di essere la mia ma che in uno stato di eccitazione attribuisco allo stesso Mapplethorpe. Se ci sono delle foto che vorrei aver fatto io sono le sue, e scusate se bestemmio, se ci sono delle foto che vorrei fare devono avere quella potenza.
Prima di passare dalla libreria mi sono seduto sul divano, in galleria, fra stampe bellissime. Leggo i nome degli autori e i relativi prezzi, mi sembrano anche sottostimati. Trovo fra i libri da sfogliare due autori che non conosco ma che ora mi appartengono come satelliti: Irene Kung e Paolo Ventura. Della prima ho visto il libro Oltre il reale, una raccolta di immagini che non oso definirle di architettura. Davvero qui la luce scrive, e non mi importa sapere come e se con trucchi: sono e voglio essere spettatore. Di Ventura mi ha tratto in inganno il titolo del libro, In tempo di guerra. Scorro le pagine un tantino veloce poi mi accorgo che qualcosa non quadra. Allora studio meglio le immagini e cavolo mi raddrizzo sul divano. Vedete il suo sito, tutto, ma vi assicuro che a monitor non rendono giustizia come le stampe grande formato che ho avuto tra le mani.
track #2 - tappeto d'archi
Mi è preso una cotta per la pellicola, più per il medio formato. Non è un ritorno di fiamma per me. Fondamentalmente nasco con il digitale ma all'inizio scattavo in analogico perché quella avevo; era un matrimonio forzato, non avendo scelto io la compagna facevo il marito svogliato e pigro. Il passaggio al sensore in realtà mi ha reso più pigro ma ormai conservare su hard disk mi sembrava meno faticoso che sistemare con cura dia e negativi. Qualche volta mi sono lasciato andare a riprendere la vecchia canon, sei anni fa comprai su ebay una Olympus OM10 a 30 euro usata due volte, poi mi regalano due, dico due, Hasselblad 500CM con accessori, filtri, moltiplicatori, magazzino polaroid e pellicole scadute. Un culo enorme, lo so. Ma mi sono messo insieme ad una 5d che di cognome fa Mark II e respingo le avance. Fino alla prima lezione di scatto alla kav. ANALOGICO. È amore. Ho prestato per le vacanze natalizie l'Hasselblad che va meglio alla mia compagna di banco che ha pensato ad uno scherzo quando gli ho detto che gliela lasciavo così poteva "vivere una cosa che prima aveva solo visto in mano ad altri". Sto recuperando le pellicole per quando mi ritorna e so come usarle. Intanto flirto con il 35mm.
track #3 - piano (apertura ottave alte)
Ogni tanto mi blocco. Non riesco a scattare. È sempre un problema di approccio. Volevo scrivere una lettera e recapitarla a mano a chi ritengo possa rispondere con cognizione di causa. C'è un pezzo nell'antologia di Marra che continua a ripresentarsi in testa quando ho di questi stati. Sono tratti da un testo sulla psicologia e psicopatologia della fotografia. Lì se ne parla in ambiente medico, a me interessa una sfumatura inserito nel pezzo che sintetizza alcuni miei freni.
track #4 - fiati
Ho fatto ordine al sito. La mia faccia compare nella home. Mi sembrava giusto presentarmi. Un sito è come aprire la porta a qualcuno che vuole visitare casa tua, preferisco esserci io ad aprire quella porta. I bla bla bla su di me non li so scrivere anche se prima o poi dovrò imparare, per questo c'è poco testo. La sezione studio è tutto quello che vivo di fotografia, per lavoro, per progetti, per collaborazioni, per gioco, che non mi nasce dalle viscere. Sono l'io di circostanza, le relazioni al pubblico, l'impiegato in divisa che si impegna nel suo lavoro, la parte della casa dove accogliere gente, pranzare, guardare i film, riposare.
Room IO è la porta con su scritto Privato a cui ho deciso di togliere la chiave. Chiamatela stanza unozero o stanza io, è uguale. L'unozero è quel circuito acceso-spento che sei mesi fa mi ha messo su una strada nuova. Quel lasciare emergere senza averne timore. La coincidenza della lingua italiana porta quell'unozero a leggersi anche IO. Le foto in quella stanza sono, saranno, ciò che non pensavo di mostrare.
C'è una terza stanza: film. Non serve spiegare, ma troverete più in là anche tutto ciò che è pellicola.
track #5 - violoncello (mute)
Due giorni fa ho ricoverato d'urgenza mio padre per disfunzione cardiaca aggravata da accumulo di liquidi. Abbiamo rischiato di perderlo. Intorno a me si è spento ogni suono. Metà di quello che sono lo devo a lui. Si sta riprendendo, lentamente, ma la sua forza non sarà più quella di una volta. Scrivo questa cosa personale qui per un solo motivo. Alle persone a me care credo di aver detto quanto gli voglio bene. A meno di un'ora dalla mezzanotte e all'arrivo del nuovo anno scopro che ci sono stati quasi seimila passaggi da questo blog. A tutti quanti voi che dedicate del tempo a leggere vi ringrazio, di cuore.
domenica 20 novembre 2011
20.11.2011
20.11.2011
Ha un che di premonizione, l'allineamento è curioso e potrebbe essere l'unico che io viva. Ma sono solo numeri. Non è accaduto nulla di apocalittica importanza, eppure stamattina due gesti, delle mie sorelle, colorati da imbarazzo e silenzio ma entrambi carichi di dignità affettiva, sono stati un contributo commovente che ha rafforzato le mie ultime decisioni. Questa premessa è molto personale e per alcuni saprà come al solito di enigmatico. Se devo racchiudere tutto in un pensiero comprensibile sarebbe "dedicati alle cose vere".
Qualche settimana fa un post su fotografia e parola mi diede da pensare. C'è un aumento del desiderio alla visibilità, alla produzione finalizzata al richiamo di attenzione verso sé. Quello dei libri autoprodotti e le mostre, per la fotografia, sono alcuni esempi. Pressapoco negli ultimi mesi mi sono giunte richieste, piacevoli, dove mi si chiedeva di fare workshop di un paio di giorni a più riprese, avvisi a concorsi, mail su come creare il proprio libro e mandarlo in stampa, desideri di farsi fotografare da me. Io che tengo workshop, ma andiamo! Il piacere iniziale per fortuna ha mutato aspetto. Mi era presa questa voglia di mostrarmi, dichiararmi vivo in questo ambiente. Guardavo le librerie di lightroom ed era una selezione giornaliera di cosa mandare lì, cosa impaginare di là, quale destino dare alle mie immagini. Ma gli attacchi di bassa autostima a volte mi salvano e ben vengano. Leggete il post, traete le vostre conclusioni. Io le mie le ho fatte. Sarà che prendo le cose sul serio ma comincio a infastidirmi a vedere in fotografia la ricerca del successo - che va dal commento su facebook alla pubblicazione - ad appannaggio della ricerca culturale. Ognuno ha la sua libertà, fisica, d'opinione, d'espressione; non mi permetto di giudicarla. Quello che mi urta e accende in me toni di discussione animata è la velocità con cui alcuni vogliono raggiungere il risultato. Qui da noi un proverbio recita che "prima di conoscere veramente qualcuno devi mangiarti un quintale di sale insieme", per dire che assimilare una così alta quantità di sale richiede tempo e solo attraverso la condivisione e il tempo che ci si impiega con l'altro puoi accettarne, dell'altro, le dinamiche, il carattere. Quando pensi di aver capito una persona scopri sempre cose diverse, che ti sorprendono. Mangiare un quintale di sale può richiedere una vita. Conoscere, può richiedere una vita. Perché allora dovrebbe essere così facile - breve - riuscire a fare una foto di ritratto? una foto di paesaggio? sviluppare un progetto? Nei concorsi sul territorio, come in quelli di più vasta area, spesso mi imbatto in foto fortunate o volutamente eclatanti - per non dire da paraculo - dove l'autore non ha la più pallida idea intanto di cosa ha portato a quello scatto, e poi perché mai dovrebbe essere interessante. Sorvolo su chi è chiamato a giudicare.
Dopo la lettura del post, e di conseguenza su quanto di nuovo stavo pensando, mi sono preso del tempo. Ho avvertito in me uno strano disagio, un senso di sporco fatto di condizionamenti e stimoli massmedianici di cui volevo liberarmi, lavarmi. Ho rivisto le librerie con uno sguardo diverso, più rigido. Da alcuni giorni sto lavorando alla pulizia del sito, alla separazione in due compartimenti ben distinti: intimo e lavorativo. Prevedo di pubblicarlo prima della fine dell'anno, se non prima. La variabile k che da metà mese caratterizza i fine settimana - km e kaverdash - mi sta aiutando a fare ordine, oltre che a incontrare nuove persone e a dedicare più tempo all'essenziale, sia nei rapporti che nella formazione. Ho rallentato per viaggiare meglio e liberarmi da alcune zavorre. Oggi, 37 anni, ho meno fiato per correre ma vedo meglio i miei errori.
