domenica 20 novembre 2011

20.11.2011

Novembre, da che io ricordi, è sempre stato per me il mese con una maggiore percentuale di argomenti su cui riflettere, vuoi perché mi avverte che di lì a poco finirà un altro anno, vuoi perché percepisco un abbassamento delle energie nelle persone, vuoi perché in questo giorno in particolare chiedo uno specifico silenzio intorno a me.
20.11.2011
Ha un che di premonizione, l'allineamento è curioso e potrebbe essere l'unico che io viva. Ma sono solo numeri. Non è accaduto nulla di apocalittica importanza, eppure stamattina due gesti, delle mie sorelle, colorati da imbarazzo e silenzio ma entrambi carichi di dignità affettiva, sono stati un contributo commovente che ha rafforzato le mie ultime decisioni. Questa premessa è molto personale e per alcuni saprà come al solito di enigmatico. Se devo racchiudere tutto in un pensiero comprensibile sarebbe "dedicati alle cose vere".
Qualche settimana fa un post su fotografia e parola mi diede da pensare. C'è un aumento del desiderio alla visibilità, alla produzione finalizzata al richiamo di attenzione verso sé. Quello dei libri autoprodotti e le mostre, per la fotografia, sono alcuni esempi. Pressapoco negli ultimi mesi mi sono giunte richieste, piacevoli, dove mi si chiedeva di fare workshop di un paio di giorni a più riprese, avvisi a concorsi, mail su come creare il proprio libro e mandarlo in stampa, desideri di farsi fotografare da me. Io che tengo workshop, ma andiamo! Il piacere iniziale per fortuna ha mutato aspetto. Mi era presa questa voglia di mostrarmi, dichiararmi vivo in questo ambiente. Guardavo le librerie di lightroom ed era una selezione giornaliera di cosa mandare lì, cosa impaginare di là, quale destino dare alle mie immagini. Ma gli attacchi di bassa autostima a volte mi salvano e ben vengano. Leggete il post, traete le vostre conclusioni. Io le mie le ho fatte. Sarà che prendo le cose sul serio ma comincio a infastidirmi a vedere in fotografia la ricerca del successo - che va dal commento su facebook alla pubblicazione - ad appannaggio della ricerca culturale. Ognuno ha la sua libertà, fisica, d'opinione, d'espressione; non mi permetto di giudicarla. Quello che mi urta e accende in me toni di discussione animata è la velocità con cui alcuni vogliono raggiungere il risultato. Qui da noi un proverbio recita che "prima di conoscere veramente qualcuno devi mangiarti un quintale di sale insieme", per dire che assimilare una così alta quantità di sale richiede tempo e solo attraverso la condivisione e il tempo che ci si impiega con l'altro puoi accettarne, dell'altro, le dinamiche, il carattere. Quando pensi di aver capito una persona scopri sempre cose diverse, che ti sorprendono. Mangiare un quintale di sale può richiedere una vita. Conoscere, può richiedere una vita. Perché allora dovrebbe essere così facile - breve - riuscire a fare una foto di ritratto? una foto di paesaggio? sviluppare un progetto? Nei concorsi sul territorio, come in quelli di più vasta area, spesso mi imbatto in foto fortunate o volutamente eclatanti - per non dire da paraculo - dove l'autore non ha la più pallida idea intanto di cosa ha portato a quello scatto, e poi perché mai dovrebbe essere interessante. Sorvolo su chi è chiamato a giudicare.
Dopo la lettura del post, e di conseguenza su quanto di nuovo stavo pensando, mi sono preso del tempo. Ho avvertito in me uno strano disagio, un senso di sporco fatto di condizionamenti e stimoli massmedianici di cui volevo liberarmi, lavarmi. Ho rivisto le librerie con uno sguardo diverso, più rigido. Da alcuni giorni sto lavorando alla pulizia del sito, alla separazione in due compartimenti ben distinti: intimo e lavorativo. Prevedo di pubblicarlo prima della fine dell'anno, se non prima. La variabile k che da metà mese caratterizza i fine settimana - km e kaverdash - mi sta aiutando a fare ordine, oltre che a incontrare nuove persone e a dedicare più tempo all'essenziale, sia nei rapporti che nella formazione. Ho rallentato per viaggiare meglio e liberarmi da alcune zavorre. Oggi, 37 anni, ho meno fiato per correre ma vedo meglio i miei errori.

giovedì 13 ottobre 2011

citazioni

Lo scorso fine settimana a Matera, all'interno del convegno nazionale di teatroterapia organizzato dalla mia associazione teatrale, è stato inserito un mio intervento: un laboratorio di fotografia di tre ore. Nessuna pretesa da insegnante, anche se i ragazzi alla fine sono passati a stringermi la mano e mi sono parsi sinceri; il tema trattato nel mio intervento mi è caro in questo periodo: Fotografia e percezione del sé. Al di là del compito che ho fatto svolgere, desideravo comunicare in modo semplice quanto mi sta attraversando, cosa complicata perché ogni giorno mi sento eccitato come un adolescente che ha scoperto il sesso. E visto che il mondo è meraviglioso anche perché ci mette a disposizione gente che le parole le sa usare, nei giorni precedenti mi sono dato una ripassata ai miei libri per non fare proprio una figura da sprovveduto. Rileggere alcuni passi dell'antologia di Claudio Marra è stata una salvezza per il mio spirito. Forse è per questo che ha funzionato. Alcune delle citazione che ho riportato ai ragazzi ve le posto in basso, non mi appartengono e possono servire ad altri come aiutano me.

Franco Ferrarotti
Fotografare significa scrivere con la luce. Ma l'etimologia in questo caso inganna. Fotografare significa in primo luogo "vedere"...C'è un atto d'amore in ogni fotografia, una sorta di complessa seduzione dell'oggetto, che però va catturato, fissato, congelato per sempre. E' dunque un atto d'amore che non esclude, ma anzi implica un atto di rapina, una cattura... scrivere con la luce vuol dire, come prima condizione, avere bisogno del buio, evocare le ombre.

Italo Calvino
Perché uno che ha cominciato a fare fotografie, non c'è nessuna ragione che si fermi. Il passo tra la realtà che viene fotografata in quanto ci appare bella e la realtà che ci appare bella in quanto è stata fotografata, è brevissimo.


Eduardo Giusti
Non esiste nessuna realtà universale che possa essere osservata oggettivamente da tutti allo stesso modo; al contrario la realtà è relativa alla percezione che ognun ha e il suo significato è strettamente personale, sociale, culturale.


Manlio Brusatin
Un ritratto, pur riconoscendolo altri, non è riconosciuto dall'interessato che spesso si vede diversamente. Se il ritratto pittorico può essere ricusato dal soggetto perché non si riconosce, il ritratto fotografico è inequivocabile anche se si ritiene che un soggetto in quel particolare attimo, o in una determinata età, può riuscire meglio e più riconoscibile a se stesso. Anche per questo si dice che dopo i 30 anni uno è responsabile del proprio volto e questo corrisponde al suo ritratto, cioè al risultato di una vita che dipende da azioni, volontà, scelte. Di tutto questo il suo volto e il suo carattere sono la fotografia.

Diego Mormorio
Più precisamente il fascino che vi è in ogni ritratto nasce da questa domanda: Quale destino c'è dentro questa fotografia?...In ogni ritratto è detto tutto, senza che nulla sia detto chiaramente. Così ognuno vedrà secondo le proprie capacità di penetrazione e alcuni potranno non vedere nulla, perché la lettura delle immagini avviene per folgorazione, richiede una particolare formazione dell'io.


Jean A. Keim
Ogni persona che si trova sul posto in un determinato momento può essere testimone, ma ci sono dei buoni e dei cattivi testimoni: l'uno vede bene, l'altro guarda senza distinguere... ne danno una interpretazione...Due fotografi davanti ad una scena prendono visioni diverse della stessa realtà e nello stesso istante. Ma qual'è la realtà corretta?


Una curiosità su quanto segue. Il sabato sera, durante lo spettacolo presso il MUSMA, nei Sassi, cazzeggiavo all'ingresso rendendomi utile come servizio d'ordine. C'era un freddo assurdo e io ancora raffreddato. Mi rifugio un attimo nella biblioteca e per riflesso prendo a scorrere i titoli dei libri, quasi tutti sulla scultura. Ma visto che il cervello vede prima degli occhi mi sono bloccato su questo volume.



Lo tiro fuori, leggo qualche frase e ne sono colpito. Faccio degli scatti alle pagine della prefazione senza che se ne accorgano e torno fuori. Il libro è una edizione vecchiotta, non so se lo trovo. Sebbene parla di pittura, le affinità che vedo con la fotografia sono per me evidenti.

Ci sono tanti modi di far pittura e altrettanti per intenderla. Uno per arrivare a un'isola non sale sul treno. Per raggiungere le isole occorrono barche perché c'è di mezzo il mare, che è una superficie mossa e non sopporta i binari. La disgrazia della pittura moderna sono i binari. Uno per raggiungere un'isola non può utilizzare che galleggianti: a meno che non si getti in mare e si metta a nuotare. Non comprendo invece quelli che prendono il treno per una traversata sull'acqua. E nel compierla si addormentano e immaginano tante cose estranee alle isole, al mare, alle distanze. Più si allontanano dal luogo che si erano proposti di raggiungere e più cicaleccio intorno alle tempeste e ai perigli.

…Soltanto un genio come Picasso è rimasto fuori dalle idee, dal sistema, da ogni genere di chiarimento filosofico o di guida didattica per facilitare la lettura di un dipinto: «Tutti vogliono capire la pittura. Perché non cerchiamo di capire il canto degli uccelli? Perché amiamo una notte, un fiore, tutto quanto circonda l'uomo senza cercare di capire? E invece nel caso della pittura, la gente vuol capire… Un quadro mi viene da molto lontano. Chissà da quale lontananza l'ho sentito, l'ho visto e l'ho dipinto, eppure il giorno dopo nemmeno lo riconosco quando l'ho fatto. E' possibile penetrare nei miei sogni, nei miei istinti, nei miei desideri, nei miei pensieri che hanno impiegato tanto tempo per uscire alla luce? E' possibile penetrare quanto vi ho messo di me stesso forse contro la mia stessa volontà?»

…I buoni consigli mi annoiano, specialmente quelli che insegnano a far bene. Io non voglio salvare e non voglio essere salvato. Quando una cosa non la capisco vado da un'altra parte. Il mondo è pieno di cose che attendono di essere amate. Sono piuttosto debole per le cose che mi attraggono.

…Picasso ha ragione quando dice che giovani si diventa.

giovedì 6 ottobre 2011

fucking morning

Stamattina la sto passando a letto cercando di riprendermi il più in fretta possibile da questo attacco di tosse-emicrania-raffreddore. Vedo di recuperare un sacco di arretrati e curiosità varie da leggere nella rete e mi imbato in questo



Ma dico: sono io in anticipo o la notizia è passata inosservata? Faccio ricerche fra smentite, scherzi e poche conferme e trovo quello che avevo letto qualche giorno fa a proposito di questo




Ora, Steve Jobs non bisogna conoscerlo personalmente per dirgli Grazie. Ci ha cambiato la vita. Punto. GRAZIE Mr Jobs, e fa buon viaggio.
Della seconda cosa, gente più sveglia e dotata di me ne ha scritto un manifesto esemplare. Lo trovate qui, e se qualcuno dovesse inviarmi una mail di rettifica non lo farò, tanto i 12mila euro per la multa non li ho.

martedì 4 ottobre 2011

sveglio

non riesco a dormire. fra un paio d'ore diventa giorno e la pizza pesante di ieri sera non è la sola causa di questa insonnia. La dispepsia ha prodotto alcune riflessioni interessanti sulla giornata di ieri. Le fermo qui, nel blog dispensa. Non c'era un progetto per gli scatti di ieri, non un'idea da seguire, non una storia, niente vero. Niente. Il bisogno di scattare di qualche giorno fa si è trasformato in appetito, ho messo su una combinazione di abiti, persone, inquadrature e luci da fotografare per farne un test utile a commettere errori e scrivere come promemoria. Tra cambi di ottiche, luci flash e naturale, esterno e interno, mi sono mosso alla cazzo di cane. La scimmia bendata ha scattato pure qualche bella immagine. Domani (oggi?) li rivedo con calma. Ho impacchettato tutto in auto e stavo per andare via, non prima di aver salutato e ringraziato chi mi ha messo a disposizione i suoi spazi. Da quel momento e per la mezzora successiva la giornata ha avuto un senso.
Vito Maiullari è uno scultore. La prima volta che l'ho incontrato è stato ad aprile, già allora ne ho avuto una piacevole opinione e mi promisi di seguire un suo laboratorio per lavorare con la pietra. Pietra di cui lui ne è innamorato. Fuori dalla sua casa ci sono alcune suo opere imponenti: monoliti che suonano che fanno tanto Tibet, parallelepipedi scavati dove sedersi dentro e ascoltare il solo suono del proprio colpo, divani di pietra, e poi stelle enormi di metallo arrugginito, legno e marmo che si incastrano, sassi giganteschi a memoria del tempo, tavoli che non sono tavoli. La sua abitazione e laboratorio ha visto la presenza di telecamere della Rai, fotografi, designer, lui ne parla con lentezza, privo di quel meccanismo di attrazione che spesso rivolgiamo a queste figure altisonanti. Prima di uscire fuori al fresco serale della sua villa, nell'atelier, abbiamo parlato di idee, di come si traducono, lui della sua passione e io della mia, di come le due cose hanno elementi in comune. Mi ha mostrato come assaggiare il tempo, non metaforicamente. Ha rotto in due una pietra murgiana, piatta. La sezione, ha detto, ci rivela adesso la stratificazione e i sedimenti frutto di millenni: qui dentro c'è il tempo. Ha poggiato quel dentro alle labbra e sentito il sapore di quel tempo. Mi ha passato l'altra metà della pietra e in silenzio ho imitato il gesto. La lingua umida ha sentito il fresco. Assaggiare il tempo. La sua cultura della pietra è estesa, non solo come materia. Mi ha ricordato i miti legati alla pietra, la Medusa, Sisifo; le costruzioni offerte alle divinità fatte di pietra, i mestieri legati alla sua estrazione e lavorazione. Prima che lo lasciassi ha condiviso un pensiero che gli frulla nella testa da un po': fotografare il suono.

Non è solo a questo che penso ora. Mi ha stimolato altre idee, più semplici e vere di quelle che affollano la mia scatola dei progetti. Il rincorrere chimere va bene, nella praticità però mi scordo le cose che ho a disposizione, e sono tante. Nell'ultimo periodo mi accorgo di quanto spesso sono fortunato in questi incontri, li desidero, li cerco: voglio ascoltare!

lunedì 3 ottobre 2011

cortocircuitorandom

senso di inadeguatezza sto rubando il tempo oggi scatto seleziona foto non sono un fotografo sono diventato saccente? oggi mi stanno sul cazzo i gruppi fotografici io non ce l'ho un curriculum vitae artistico devo studiare dovrò parlare per tre ore non sono preparato la desaturazione selettiva del colore deve diventare reato! il vuoto dopo aver visto la selezione non ho il progetto per il concorso devo uscire milano e compagnia bella ecco perché ho sognato l'officina stanotte! sono distratto non ripeto inglese da una vita judie foster e julienn moor insieme le labbra a cuoricino no evitiamo! mi restano ancora dieci giorni oggi che giorno è? non ho preparato nulla ancora non sono adatto per questa cosa

lunedì 19 settembre 2011

propaganda

La Prof.ssa Marisa D'Agostino, che insegna latino e greco, ha un forte senso delle proprie radici e crede negli incontri giusti quando avvengono. Così per due anni mi ha voluto affidare le sue classi lanciando idee di progetti teatrali e lasciandomi completo arbitrio sul modus e finalità sceniche. Le cose pare siano andate bene, insomma i ragazzi continuano a salutarmi con affetto e mi hanno confidato intorno a giugno ansie e desideri pre e post esami. In quello stesso periodo la prof mi chiama e mi invita a partecipare ad un appuntamento (questo è il suo quarto anno) che con fatica immane sta portando avanti: il progetto Presenze/Assenze. In sostanza alcuni artisti sono chiamati a creare opere su un tema comune e ad installarle nello spazio adiacente alle gravine del suo paese, fatto di grotte di tufo e pietra. Ora, io con le parole "artisti" e "opere" non capisco come possa entrarci e una installazione non è fare delle foto e appenderle ad una parete e basta. Perciò ho detto di si. Erano giorni pre-benedusi.
La prof mi mette in contatto con Anna Soricaro, la curatrice del progetto e responsabile del centro culturale Zero-uno. Durante l'estate con Anna ci sentiamo solo per telefono, ha una voce gentile ed è empatia dalla prima chiacchierata. A fine luglio con la prof sono sul luogo per vedere gli spazi e capire che diavolo creare, dentro ciò un casino e le immagini di Florianne De Lassée, viste in quei giorni.
Suggestione. Matematica. Duepiùduequattro.
La mattina seguente la spendo a esibirmi nudo davanti a 1500 watt di flash e a sentirmi tanto furbo quanto ladro. Pure il titolo ho copiato dalla De Lassée: Presenze, quello comune delle installazioni era Miraggi.
Le immagini non hanno bisogno di post, solo una conversione in monocromia e una dominante ai toni della terra del luogo. Ne sono quasi fiero. So come inserirle nel contesto e dentro di me si fa strada anche una spiegazione dell' "opera". Incontro Anna alle grotte una settimana fa, si conferma la mia attitudine ad aver immaginato fisicamente tutt'altra persona, e sistemo la bozza per vedere se il risultato si avvicina al mio ego artistico. La faccio breve perché mi interessa raccontare altro…
Ieri c'è stata l'inaugurazione, con la prima visita, e sabato avantieri ho sistemato tutte le immagini. Le ho fatte stampare in digitale su una tela fine, questo perché devono resistere per due mesi in un ambiente umido, soggetto a infiltrazioni e corrosioni. La prima mezzora l'ho passata a osservare le stampe appese nella piccola stanza/grotta. Sinceramente mi piacevano. Ma per quello che volevo farne dovevo accettare il fatto che sarebbero andate distrutte. Non mi appartenevano più. Ad un certo punto mi sono reso conto che tutto il lavoro fatto per arrivare fino a lì mi ha obbligato a pensare in termini nuovi: interiezione immagine e luogo, immagine e materia, percorso dell'osservatore, favorire la comprensione, distacco emotivo da ciò che si è prodotto. Cavolo!
Le immagini è vero le posso ristampare, ma quelle lì sono destinate lentamente a distruggersi nel corso dei prossimi mesi e a questo dispiacere iniziale si è accostato la curiosità di vedere trasformare l'immagine secondo un processo chimico/naturale fuori dal mio controllo. Questo giocare a fare l'artista ha portato un pizzico di brio mentre verificavo gli accostamenti. Molte delle tele le ho sistemate per terra, ricoprendo i bordi con la terra delle grotte e le immagini di me fuori fuoco emergono ancora più confuse, contaminate, prive di identità; e la terra, l'umido e i piccoli vermi di quel sepolcro inghiottiranno, complice il vento delle aperture, la rappresentazione fotografica delle mie recenti confusioni e che mai sarei riuscito a progettare con coscienza. Il risultato finale è molto discutibile, non ne faccio vanto, ma il percorso che mi ha portato fino alla visita di ieri mi è piaciuto, allo stesso modo delle sedute di ritratto, dove l'ora trascorsa a conoscere e scoprire l'altro vale più dello scatto finale.

Per chi passerà dalle parti di Gravina in Puglia fino al 13 novembre e ne ha voglia, ogni domenica mattina alle 10.00 ci sono le visite guidate, per prenotarle si può chiamare al 080.3262593 o al 339.8748609. Troverete penso Rosanna, che si è presa un sacco di appunti per spiegare ai futuri visitatori tutte le installazioni in assenza di noi che le abbiamo messe lì. Gli insulti recapitateli direttamente a me e non ha chi si è fatto veramente il mazzo.








mercoledì 7 settembre 2011

camera con vista

Volevo scrivere un post diverso: aforismilandia. In tema con quanto mi sta accadendo in termini di consigli che giungono da ogni persona con cui ultimamente condivido quello che mi accingo a fare, doveva essere un elenco stucchevole e dissonante di quanto le brillanti menti degli ultimi secoli hanno prodotto in materia di rapporto con gli altri, con se stessi e con le ambizioni e strade da percorrere; la religione decisamente messa da parte. Mi serviva un libro acquistato anni fa e messo chissà dove, perché gli aforismi (ma c'è un sinonimo?) per me funzionano come le barzellette, ossia me ne dimentico appena passo al successivo. Ma non trovo il volumetto da nessuna parte e per ora non ci voglio pensare. La dissonanza la devo scrivere da me.

Da qualche giorno mi sento stranamente calmo, l'esatta sensazione è di percepirmi cavo. Qualunque sia stato il momento di svuotamento non me ne sono reso conto, sebbene adesso posso individuarne gli episodi. Per quasi un mese non ho fatto foto, non ne ho sentito la mancanza, più che mai nei quattro giorni in Umbria e i due di mare concessi come vacanza grazie al buon cuore di chi mi ha ospitato. Reflex a casa dunque.
Mi è nata una ingiustificata antipatia per chi mi dichiara compiaciuto io non esco più senza macchina fotografica! perché in tali autori, quelli in cui mi imbatto io almeno, è manifesto lo scattare tutto/tutti senza senno. Spero mi passi però, celiaci e glutinomani possono essere buoni amici. Solo perché adesso desidero dilatare il momento dello scatto, approfondire quello che accade, conoscere, ascoltare, provocare e in ultimo, se necessario, creare l'immagine, ciò non fa di me un privilegiato. Magari si, ma ognuno si crea il proprio stato felice e io non sono nessuno per giudicare.

Per me è l'Ingegnere, lo è per davvero solo non riesco a chiamarlo per nome pure essendo in confidenza. Ha circa settantacinque anni, un baffo bianco folto, più capelli di me; magro di corporatura cammina lento per via di un acciacco che ha avuto ma l'ho visto avere degli scatti impressionanti, parrebbe incline all'immobilità eppure si piega e opera senza sostegno alcuno, coi suoi tempi, viaggia sotto 1/10 di secondo mentre noi altri operiamo a 1/250, se può servire il parallelismo; fa tenerezza, quando ride sa di cinico ma è una falsa impressione, a me ricorda sempre uno dei vecchietti dei Muppets. L'ingegnere è il padre di un mio amico, la memoria fotografica di Altamura. Ha un archivio impressionante tra diapositive, immagini, stampe, pubblicazioni, enciclopedie del '800 (ultimamente mi ha mostrato una originale Encyclopédie de la Mode del 1862) fossili, macchine fotografiche e da quando vive il digitale una smisurata e poco ordinata quantità di file. Entrare in casa dell'ingegnere è, per me, entrate nel paese dei balocchi. In me trova un buon ascoltatore e mi mostra con entusiasmo gli ultimi scatti prodotti. Dopo aver fotografato e catalogato coi nomi scientifici i fiori della Murgia è passato al mondo degli insetti.
«Ingegnere mi può prestare una delle sue meccaniche? la mia è in riparazione»
«Sei patetico!»
Questo è l'ingegnere, senza filtri. Ho sorriso e lui ha continuato. Eravamo in veranda, lui sprofondato nella sua poltrona e io su una sedia rigida. Gli anziani sanno vedere senza sapere. Mi ha visto dentro e ha tirato fuori le parole giuste. Come per gli aforismi le cose importanti che mi ha detto sono naufragate nelle viscere della mia memoria, eppure il senso è vivo come consapevolezza. Ieri era dalle parti del mio studio e per la prima volta è venuto lui da me. Gli ho mostrato uno foto, l'estratto di un progetto cui sono stato invitato a partecipare. Ha espresso la sua opinione senza problemi, non proprio di conforto. Stavolta ho preso appunti.
...la vita è un insieme di occasioni perdute… fai conto di avere una bacchetta magica e puoi esprimere un solo desiderio, uno! ossia che cazzo vuoi fare nella vita? cosa vuoi?… per fotografare devi essere sempre, costantemente innamorato… innamorarsi produce un'energia che va usata per il bene comune… la storia ricorda le idee al di fuori delle mode perciò non seguire la mandria… non fidarti molto di quello che ti dico, che infondo sono uno stupido io; dicono che gli anziani hanno la saggezza ma non è vero sempre, quest'Italia di oggi l'ho costruita anch'io…

La chiamai ad inizio agosto perché volevo parlarle, se era disposta sarei partito quella sera stessa per Caserta. Due settimane dopo, e per tre giorni, è stata qui da me. E abbiamo parlato, sostanzialmente di me. La domenica della sua partenza avevamo concordato che l'avrei ritratta, la prima per Di-visi, questa cosa che mi frulla per la testa da un paio di mesi. Abbiamo preparato la playlist, un ora e cinque minuti. La canon mi è rimasta tra le mani per tutto il tempo e non ho scattato nulla perché è stata un'altra ora di cose che ci siamo dette. Quando pensai a Di-visi sapevo che c'erano ostacoli tecnici da superare per ottenere quel vero che desideravo, la prima prova mi ha mostrato ciò che sapevo: essendo io stesso parte parte della foto non posso avere il controllo dello scatto, pena l'autenticità. La scelta di premere sull'otturatore fa corto circuito col sapere che premendo produrrò una immagine di me arbitrariamente impostata (posato) allo scatto. Esattamente ciò che non voglio.

Poi sono arrivate mail, l'iscrizione alla Kaverdash, il che stai facendo? di alcuni, il non dar retta a chi ti dice "che stai facendo?" di altri, i silenzi dei pochissimi che valgono un abbraccio, il rimboccarsi le maniche sapendo che nell'ultimo anno ho fatto passi indietro sull'andamento dello studio anche se più gratificato in sapere, il dispiacere che le foto che non puoi mostrare non esistono, il dilemma che per ogni cosa giusta che pensi di aver fatto ne hai commesso cento sbagliate, la musica che sta tornando, i nuovi incontri, quel nuovo che si ha dentro e voglia di esprimere.

lunedì 1 agosto 2011

nanosguardi

Uno degli aspetti interessanti di quando si è troppo concentrati su se stessi, con inevitabile rischio di accappottamento, è scoprire che quel non esiste se non in funzione degli altri. Come spesso mi accade, il mondo di cui fortunatamente sono parte manda precisi segnali che uniti dallo stesso leimotiv convergono verso una sintesi chiara. Un mese fa la sintesi era verità. Sono ancora pieno delle bruciature che ha portato e spero restino i segni. Negli ultimi giorni invece tutto sta dirigendosi verso una nuova sintesi: studiare. Il teorema di Bernardo di Chartres "siamo come nani sulle spalle di giganti" è il motivo del titolo del post.
Sono nella condizione di nano, per guardare e costruire ho bisogno dei giganti, della loro storia, dei loro perché. Collezionare solo le immagini che avrei voluto fare io senza studiare le ragioni della loro creazione non giova ai miei turbamenti attuali.
Tempo fa misi da parte nella mia cartella "ispirazioni" uno scatto trovato sulla rete , dimenticandomene. In settimana mentre mi dedicavo alla lettura e ai lavori di Mona kuhn mi sono imbattuto in quello stesso scatto. Alla luce di quanto avevo conosciuto dell'autrice ho scoperto, con incredulità, il perché quello scatto era finito tra i miei preferiti seppure archiviato con un gesto apparentemente superficiale. I motivi delle opere della Kuhn e il mio avrei voluto farla io avevano un legame di intenzioni molto simile. Alla luce di ciò si è scatenato un aumento del desiderio di conoscenza di ciò che riguarda la progettualità di Mona Kuhn. Ho acquistato due suoi libri e ora aspetto che mi arrivino per poterne studiare meglio altre caratteristiche e trovare più informazioni di quanto la rete mi abbia già dato. Studiare è l'imperativo del presente! Ho sempre vantato una buona memoria ma qualcosa nel sistema ha preso a sgretolarsi, forse per un surplus di input da fermare, anche se nulla mi convince di più del fatto che guardavo con l'occhio distratto e ignorante di chi non sa. Ritornare su ciò che già ho in casa, studiarli forse veramente per la prima volta e analizzandoli con quanto di nuovo ho appreso negli ultimi mesi potrebbe produrre un beneficio a quella memoria che ora mi sembra in declino. Della Kuhn, ad esempio, ora saprei riconoscere una sua immagine o associare una al suo stile senza leggere la didascalia. Tutto questo è magnifico. Tutto questo è guardare. Non ho idea del punto del mio percorso in cui mi trovo, non ho ricordo di cosa vedevo all'inizio di fotografia; so che ogni nuova scoperta apre una porta verso un infinito più grande di quello da cui arrivo, ci precipito dentro con un bagaglio di preoccupazioni sconfortanti eppure stoicamente mi lascio attrarre e cado. Amo la fotografia. Non c'è dubbio. La forma di questo amore tuttavia non è chiara. Si può amare sulla base, certa, di un costante dubbio?

Nanosguardi doveva essere una pagina segreta dove riversare le foto che avrei voluto essere mie, preferisco invece riportarle qui con quello che spero diventi un appuntamento costante. La partecipazione con quanti arrivano da queste parti potrebbe dire di me più di quanto io stesso riesca a fare. Il nanosguardo#01 è una foto di Mona Kuhn, cresciuta in Brasile e che ora vive negli Stati uniti. Appartiene alla serie "France - 2002/2008". C'è della pittura in questa foto, c'è Ingres, il disincanto di uno sguardo che coglie lo spettatore ad affacciarsi su quel mondo privo di affanni, di attacchi all'innocenza, di quel paradiso terrestre tanto bello quanto potenzialmente apatico. Quello sguardo pure invitando a guardare pone una barriera fra due dimensioni: per entrare in una è necessario spogliarsi di tutte le falsità dell'altra.

Io vedo questo.


© Mona Kuhn - France 2002-2008

mercoledì 20 luglio 2011

rooms

Ci sono stagioni che non si dimenticano, ti restano dentro vive, speciali, brutali come ferite. L'estate 2011 è già fotografia. Vorrei poterla scattare davvero, mostrarla, parteciparla a quante (specifico "quante", femminile) negli ultimi quindici giorni hanno subito questa mia marea nera ascoltandomi. Ma è impossibile, potrò solo raccontarla al pari di un ricordo nostalgico. Col tempo.
Ho creato un silenzio insopportabile intorno a me, per sentire meglio, e in questo spazio bianco ieri sera ho scoperto il suono della mia voce. Un desiderio di dialogo che prima non provavo. Abbiamo parlato a lungo di noi, argomenti intimi anche. Eravamo due ciao come va? prima e ora siamo due che si sono guardati negli occhi e raccontato. Mi ha promesso, nell'imbarazzo, che si farà fotografare, per il mio progetto: odio l'immagine fotografica di me, ma ok proviamoci. L'ho ha detto rimbalzando lo sguardo ovunque, timorosamente bella.
Il mio desiderio di fotografare è cambiato. Prima del workshock ( Fra deposita la paternità della parola e guadagnaci qualcosa!) la risposta al Perché fotografo? sarebbe stata comunicare qualcosa di mio. Adesso fotografo per instaurare un rapporto con gli altri, conoscerli, raccontare di me, è ciò non escluderebbe la vecchia risposta. La pratica fotografica finalizzata all'estetica per ora mi è stucchevole, tornerà col tempo, magari col lavoro se tornerà anche quello.
Ho scritto un progetto, esiste pur non avendo fatto foto e vivrà al di là delle foto. Sarà un viaggio e come il migliore dei viaggi devo preparare bene il bagaglio prima di partire. Lo affronto con l'ansia e le paure che mi contraddistinguono eppure con la lucida inevitabilità del cavaliere che si accinge alla battaglia.

Mi rendo conto che questo spazio è cambiato. I post sono divenuti man mano sfoghi, anche incoerenti, ma forse più figli del titolo che li racchiude tutti. Come pensieri passo da un argomento all'altro, di stanza in stanza. Stanze, ecco un'altro viaggio che farò…
Ho caricato sul sito alcune delle immagini fatte a Corigliano. Essendo il mio provider tirchio di spazio, ho messo su solo alcune e private della composizione finale che ho scelto. Ma troveranno il loro luogo. Qui una della serie.