lunedì 19 settembre 2011

propaganda

La Prof.ssa Marisa D'Agostino, che insegna latino e greco, ha un forte senso delle proprie radici e crede negli incontri giusti quando avvengono. Così per due anni mi ha voluto affidare le sue classi lanciando idee di progetti teatrali e lasciandomi completo arbitrio sul modus e finalità sceniche. Le cose pare siano andate bene, insomma i ragazzi continuano a salutarmi con affetto e mi hanno confidato intorno a giugno ansie e desideri pre e post esami. In quello stesso periodo la prof mi chiama e mi invita a partecipare ad un appuntamento (questo è il suo quarto anno) che con fatica immane sta portando avanti: il progetto Presenze/Assenze. In sostanza alcuni artisti sono chiamati a creare opere su un tema comune e ad installarle nello spazio adiacente alle gravine del suo paese, fatto di grotte di tufo e pietra. Ora, io con le parole "artisti" e "opere" non capisco come possa entrarci e una installazione non è fare delle foto e appenderle ad una parete e basta. Perciò ho detto di si. Erano giorni pre-benedusi.
La prof mi mette in contatto con Anna Soricaro, la curatrice del progetto e responsabile del centro culturale Zero-uno. Durante l'estate con Anna ci sentiamo solo per telefono, ha una voce gentile ed è empatia dalla prima chiacchierata. A fine luglio con la prof sono sul luogo per vedere gli spazi e capire che diavolo creare, dentro ciò un casino e le immagini di Florianne De Lassée, viste in quei giorni.
Suggestione. Matematica. Duepiùduequattro.
La mattina seguente la spendo a esibirmi nudo davanti a 1500 watt di flash e a sentirmi tanto furbo quanto ladro. Pure il titolo ho copiato dalla De Lassée: Presenze, quello comune delle installazioni era Miraggi.
Le immagini non hanno bisogno di post, solo una conversione in monocromia e una dominante ai toni della terra del luogo. Ne sono quasi fiero. So come inserirle nel contesto e dentro di me si fa strada anche una spiegazione dell' "opera". Incontro Anna alle grotte una settimana fa, si conferma la mia attitudine ad aver immaginato fisicamente tutt'altra persona, e sistemo la bozza per vedere se il risultato si avvicina al mio ego artistico. La faccio breve perché mi interessa raccontare altro…
Ieri c'è stata l'inaugurazione, con la prima visita, e sabato avantieri ho sistemato tutte le immagini. Le ho fatte stampare in digitale su una tela fine, questo perché devono resistere per due mesi in un ambiente umido, soggetto a infiltrazioni e corrosioni. La prima mezzora l'ho passata a osservare le stampe appese nella piccola stanza/grotta. Sinceramente mi piacevano. Ma per quello che volevo farne dovevo accettare il fatto che sarebbero andate distrutte. Non mi appartenevano più. Ad un certo punto mi sono reso conto che tutto il lavoro fatto per arrivare fino a lì mi ha obbligato a pensare in termini nuovi: interiezione immagine e luogo, immagine e materia, percorso dell'osservatore, favorire la comprensione, distacco emotivo da ciò che si è prodotto. Cavolo!
Le immagini è vero le posso ristampare, ma quelle lì sono destinate lentamente a distruggersi nel corso dei prossimi mesi e a questo dispiacere iniziale si è accostato la curiosità di vedere trasformare l'immagine secondo un processo chimico/naturale fuori dal mio controllo. Questo giocare a fare l'artista ha portato un pizzico di brio mentre verificavo gli accostamenti. Molte delle tele le ho sistemate per terra, ricoprendo i bordi con la terra delle grotte e le immagini di me fuori fuoco emergono ancora più confuse, contaminate, prive di identità; e la terra, l'umido e i piccoli vermi di quel sepolcro inghiottiranno, complice il vento delle aperture, la rappresentazione fotografica delle mie recenti confusioni e che mai sarei riuscito a progettare con coscienza. Il risultato finale è molto discutibile, non ne faccio vanto, ma il percorso che mi ha portato fino alla visita di ieri mi è piaciuto, allo stesso modo delle sedute di ritratto, dove l'ora trascorsa a conoscere e scoprire l'altro vale più dello scatto finale.

Per chi passerà dalle parti di Gravina in Puglia fino al 13 novembre e ne ha voglia, ogni domenica mattina alle 10.00 ci sono le visite guidate, per prenotarle si può chiamare al 080.3262593 o al 339.8748609. Troverete penso Rosanna, che si è presa un sacco di appunti per spiegare ai futuri visitatori tutte le installazioni in assenza di noi che le abbiamo messe lì. Gli insulti recapitateli direttamente a me e non ha chi si è fatto veramente il mazzo.








mercoledì 7 settembre 2011

camera con vista

Volevo scrivere un post diverso: aforismilandia. In tema con quanto mi sta accadendo in termini di consigli che giungono da ogni persona con cui ultimamente condivido quello che mi accingo a fare, doveva essere un elenco stucchevole e dissonante di quanto le brillanti menti degli ultimi secoli hanno prodotto in materia di rapporto con gli altri, con se stessi e con le ambizioni e strade da percorrere; la religione decisamente messa da parte. Mi serviva un libro acquistato anni fa e messo chissà dove, perché gli aforismi (ma c'è un sinonimo?) per me funzionano come le barzellette, ossia me ne dimentico appena passo al successivo. Ma non trovo il volumetto da nessuna parte e per ora non ci voglio pensare. La dissonanza la devo scrivere da me.

Da qualche giorno mi sento stranamente calmo, l'esatta sensazione è di percepirmi cavo. Qualunque sia stato il momento di svuotamento non me ne sono reso conto, sebbene adesso posso individuarne gli episodi. Per quasi un mese non ho fatto foto, non ne ho sentito la mancanza, più che mai nei quattro giorni in Umbria e i due di mare concessi come vacanza grazie al buon cuore di chi mi ha ospitato. Reflex a casa dunque.
Mi è nata una ingiustificata antipatia per chi mi dichiara compiaciuto io non esco più senza macchina fotografica! perché in tali autori, quelli in cui mi imbatto io almeno, è manifesto lo scattare tutto/tutti senza senno. Spero mi passi però, celiaci e glutinomani possono essere buoni amici. Solo perché adesso desidero dilatare il momento dello scatto, approfondire quello che accade, conoscere, ascoltare, provocare e in ultimo, se necessario, creare l'immagine, ciò non fa di me un privilegiato. Magari si, ma ognuno si crea il proprio stato felice e io non sono nessuno per giudicare.

Per me è l'Ingegnere, lo è per davvero solo non riesco a chiamarlo per nome pure essendo in confidenza. Ha circa settantacinque anni, un baffo bianco folto, più capelli di me; magro di corporatura cammina lento per via di un acciacco che ha avuto ma l'ho visto avere degli scatti impressionanti, parrebbe incline all'immobilità eppure si piega e opera senza sostegno alcuno, coi suoi tempi, viaggia sotto 1/10 di secondo mentre noi altri operiamo a 1/250, se può servire il parallelismo; fa tenerezza, quando ride sa di cinico ma è una falsa impressione, a me ricorda sempre uno dei vecchietti dei Muppets. L'ingegnere è il padre di un mio amico, la memoria fotografica di Altamura. Ha un archivio impressionante tra diapositive, immagini, stampe, pubblicazioni, enciclopedie del '800 (ultimamente mi ha mostrato una originale Encyclopédie de la Mode del 1862) fossili, macchine fotografiche e da quando vive il digitale una smisurata e poco ordinata quantità di file. Entrare in casa dell'ingegnere è, per me, entrate nel paese dei balocchi. In me trova un buon ascoltatore e mi mostra con entusiasmo gli ultimi scatti prodotti. Dopo aver fotografato e catalogato coi nomi scientifici i fiori della Murgia è passato al mondo degli insetti.
«Ingegnere mi può prestare una delle sue meccaniche? la mia è in riparazione»
«Sei patetico!»
Questo è l'ingegnere, senza filtri. Ho sorriso e lui ha continuato. Eravamo in veranda, lui sprofondato nella sua poltrona e io su una sedia rigida. Gli anziani sanno vedere senza sapere. Mi ha visto dentro e ha tirato fuori le parole giuste. Come per gli aforismi le cose importanti che mi ha detto sono naufragate nelle viscere della mia memoria, eppure il senso è vivo come consapevolezza. Ieri era dalle parti del mio studio e per la prima volta è venuto lui da me. Gli ho mostrato uno foto, l'estratto di un progetto cui sono stato invitato a partecipare. Ha espresso la sua opinione senza problemi, non proprio di conforto. Stavolta ho preso appunti.
...la vita è un insieme di occasioni perdute… fai conto di avere una bacchetta magica e puoi esprimere un solo desiderio, uno! ossia che cazzo vuoi fare nella vita? cosa vuoi?… per fotografare devi essere sempre, costantemente innamorato… innamorarsi produce un'energia che va usata per il bene comune… la storia ricorda le idee al di fuori delle mode perciò non seguire la mandria… non fidarti molto di quello che ti dico, che infondo sono uno stupido io; dicono che gli anziani hanno la saggezza ma non è vero sempre, quest'Italia di oggi l'ho costruita anch'io…

La chiamai ad inizio agosto perché volevo parlarle, se era disposta sarei partito quella sera stessa per Caserta. Due settimane dopo, e per tre giorni, è stata qui da me. E abbiamo parlato, sostanzialmente di me. La domenica della sua partenza avevamo concordato che l'avrei ritratta, la prima per Di-visi, questa cosa che mi frulla per la testa da un paio di mesi. Abbiamo preparato la playlist, un ora e cinque minuti. La canon mi è rimasta tra le mani per tutto il tempo e non ho scattato nulla perché è stata un'altra ora di cose che ci siamo dette. Quando pensai a Di-visi sapevo che c'erano ostacoli tecnici da superare per ottenere quel vero che desideravo, la prima prova mi ha mostrato ciò che sapevo: essendo io stesso parte parte della foto non posso avere il controllo dello scatto, pena l'autenticità. La scelta di premere sull'otturatore fa corto circuito col sapere che premendo produrrò una immagine di me arbitrariamente impostata (posato) allo scatto. Esattamente ciò che non voglio.

Poi sono arrivate mail, l'iscrizione alla Kaverdash, il che stai facendo? di alcuni, il non dar retta a chi ti dice "che stai facendo?" di altri, i silenzi dei pochissimi che valgono un abbraccio, il rimboccarsi le maniche sapendo che nell'ultimo anno ho fatto passi indietro sull'andamento dello studio anche se più gratificato in sapere, il dispiacere che le foto che non puoi mostrare non esistono, il dilemma che per ogni cosa giusta che pensi di aver fatto ne hai commesso cento sbagliate, la musica che sta tornando, i nuovi incontri, quel nuovo che si ha dentro e voglia di esprimere.

lunedì 1 agosto 2011

nanosguardi

Uno degli aspetti interessanti di quando si è troppo concentrati su se stessi, con inevitabile rischio di accappottamento, è scoprire che quel sé non esiste se non in funzione degli altri. Come spesso mi accade, il mondo di cui fortunatamente sono parte manda precisi segnali che uniti dallo stesso leimotiv convergono verso una sintesi chiara. Un mese fa la sintesi era verità. Sono ancora pieno delle bruciature che ha portato e spero restino i segni. Negli ultimi giorni invece tutto sta dirigendosi verso una nuova sintesi: studiare. Il teorema di Bernardo di Chartres "siamo come nani sulle spalle di giganti" è il motivo del titolo del post.
Sono nella condizione di nano, per guardare e costruire ho bisogno dei giganti, della loro storia, dei loro perché. Collezionare solo le immagini che avrei voluto fare io senza studiare le ragioni della loro creazione non giova ai miei turbamenti attuali.
Tempo fa misi da parte nella mia cartella "ispirazioni" uno scatto trovato sulla rete , dimenticandomene. In settimana mentre mi dedicavo alla lettura e ai lavori di Mona kuhn mi sono imbattuto in quello stesso scatto. Alla luce di quanto avevo conosciuto dell'autrice ho scoperto, con incredulità, il perché quello scatto era finito tra i miei preferiti seppure archiviato con un gesto apparentemente superficiale. I motivi delle opere della Kuhn e il mio avrei voluto farla io avevano un legame di intenzioni molto simile. Alla luce di ciò si è scatenato un aumento del desiderio di conoscenza di ciò che riguarda la progettualità di Mona Kuhn. Ho acquistato due suoi libri e ora aspetto che mi arrivino per poterne studiare meglio altre caratteristiche e trovare più informazioni di quanto la rete mi abbia già dato. Studiare è l'imperativo del presente! Ho sempre vantato una buona memoria ma qualcosa nel sistema ha preso a sgretolarsi, forse per un surplus di input da fermare, anche se nulla mi convince di più del fatto che guardavo con l'occhio distratto e ignorante di chi non sa. Ritornare su ciò che già ho in casa, studiarli forse veramente per la prima volta e analizzandoli con quanto di nuovo ho appreso negli ultimi mesi potrebbe produrre un beneficio a quella memoria che ora mi sembra in declino. Della Kuhn, ad esempio, ora saprei riconoscere una sua immagine o associare una al suo stile senza leggere la didascalia. Tutto questo è magnifico. Tutto questo è guardare. Non ho idea del punto del mio percorso in cui mi trovo, non ho ricordo di cosa vedevo all'inizio di fotografia; so che ogni nuova scoperta apre una porta verso un infinito più grande di quello da cui arrivo, ci precipito dentro con un bagaglio di preoccupazioni sconfortanti eppure stoicamente mi lascio attrarre e cado. Amo la fotografia. Non c'è dubbio. La forma di questo amore tuttavia non è chiara. Si può amare sulla base, certa, di un costante dubbio?

Nanosguardi doveva essere una pagina segreta dove riversare le foto che avrei voluto essere mie, preferisco invece riportarle qui con quello che spero diventi un appuntamento costante. La partecipazione con quanti arrivano da queste parti potrebbe dire di me più di quanto io stesso riesca a fare. Il nanosguardo#01 è una foto di Mona Kuhn, cresciuta in Brasile e che ora vive negli Stati uniti. Appartiene alla serie "France - 2002/2008". C'è della pittura in questa foto, c'è Ingres, il disincanto di uno sguardo che coglie lo spettatore ad affacciarsi su quel mondo privo di affanni, di attacchi all'innocenza, di quel paradiso terrestre tanto bello quanto potenzialmente apatico. Quello sguardo pure invitando a guardare pone una barriera fra due dimensioni: per entrare in una è necessario spogliarsi di tutte le falsità dell'altra.

Io vedo questo.


© Mona Kuhn - France 2002-2008

mercoledì 20 luglio 2011

rooms

Ci sono stagioni che non si dimenticano, ti restano dentro vive, speciali, brutali come ferite. L'estate 2011 è già fotografia. Vorrei poterla scattare davvero, mostrarla, parteciparla a quante (specifico "quante", femminile) negli ultimi quindici giorni hanno subito questa mia marea nera ascoltandomi. Ma è impossibile, potrò solo raccontarla al pari di un ricordo nostalgico. Col tempo.
Ho creato un silenzio insopportabile intorno a me, per sentire meglio, e in questo spazio bianco ieri sera ho scoperto il suono della mia voce. Un desiderio di dialogo che prima non provavo. Abbiamo parlato a lungo di noi, argomenti intimi anche. Eravamo due ciao come va? prima e ora siamo due che si sono guardati negli occhi e raccontato. Mi ha promesso, nell'imbarazzo, che si farà fotografare, per il mio progetto: odio l'immagine fotografica di me, ma ok proviamoci. L'ho ha detto rimbalzando lo sguardo ovunque, timorosamente bella.
Il mio desiderio di fotografare è cambiato. Prima del workshock ( Fra deposita la paternità della parola e guadagnaci qualcosa!) la risposta al Perché fotografo? sarebbe stata comunicare qualcosa di mio. Adesso fotografo per instaurare un rapporto con gli altri, conoscerli, raccontare di me, è ciò non escluderebbe la vecchia risposta. La pratica fotografica finalizzata all'estetica per ora mi è stucchevole, tornerà col tempo, magari col lavoro se tornerà anche quello.
Ho scritto un progetto, esiste pur non avendo fatto foto e vivrà al di là delle foto. Sarà un viaggio e come il migliore dei viaggi devo preparare bene il bagaglio prima di partire. Lo affronto con l'ansia e le paure che mi contraddistinguono eppure con la lucida inevitabilità del cavaliere che si accinge alla battaglia.

Mi rendo conto che questo spazio è cambiato. I post sono divenuti man mano sfoghi, anche incoerenti, ma forse più figli del titolo che li racchiude tutti. Come pensieri passo da un argomento all'altro, di stanza in stanza. Stanze, ecco un'altro viaggio che farò…
Ho caricato sul sito alcune delle immagini fatte a Corigliano. Essendo il mio provider tirchio di spazio, ho messo su solo alcune e private della composizione finale che ho scelto. Ma troveranno il loro luogo. Qui una della serie.

venerdì 8 luglio 2011

a…

a memoria di chi ascolterà voglio dire
a Gaetano e Cosmo, per il sudore e le bestemmie che da dieci anni li fa credere in Corigiano per la Fotografia;
a Pasquale, assistente magnifico di Settimino, una scoperta, vicino di casa e subito amico;
a Erica, modella dall'intelligenza robusta e fiera, che non ti guarda nel mirino ma negli occhi;
a Brigida, i suoi occhi lucidi e la bellezza del suo non essere ancora donna;
a Ovidio, compagno di sedia che per tre giorni ha raccontato in giro di leggere il mio blog con la simpatia che lo contraddistingue;
a Arianna, modella riservata, se la sai prendere ti parla di sé, di disegno e pittura;
A Peppe, il suo non capire e insistere era lo specchio della nostra arrogante bugia;
a Calogero Russo, la sua squisita sicilianità, la sua visione della cosa;
a Martina diciasettenneprimavoltachefotografo, al suo papà che l'ha portata fra noi;
a Anna la poetessa, la sua voce e il sigaro;
a Alfonso, dapprima per me solo allestitore mostra, poi la scoperta di un sapere fotografico enorme, il libro che mi ha consigliato, suo figlio Giosué, diavoletto di circa sette anni che per allontanarlo dalle modelle che dovevano spogliarsi gli ho scattato due ritratti;
a Mena. professoressa di religione che vuole veicolare la fotografia nelle sue lezioni;
a Michele e Francesco, compagni di opinioni e battute sul tragitto verso il lido dove pranzare;
a Elena e i racconti del suo viaggio in Nepal, la sua risata;
a lo sconosciuto con la barba seduto dietro me, mentre lo salutavo mi ha ringraziato perché gli avevo fatto un ritratto, e ad una mia frase che deve averlo colpito mi ha abbracciato sul punto di piangere quasi gli avessi salvato la vita;
a quanti qui non menziono per bontà della mia memoria, sappiate che ci siete;

a Settimio, che ho visto insistere su chi ne aveva più bisogno, piantare il seme della continuità, vestire il ruolo responsabile di chi guida e insegna:

GRAZIE.



giovedì 7 luglio 2011

medium

Nel 2004, per i miei 30anni, un gruppo di corsisti del laboratorio teatrale, trovandosi nell'imbarazzo di "dovermi" regalare qualcosa, pensarono bene di andare sul sicuro. Mi portarono un libro. In copertina una foto di Andy Warhol che scatta una polaroid di se stesso, più in alto un titolo preciso: Le idee della fotografia. E' scritto piccolo, non c'è una sola foto dentro ed è un saggio. Che palle! Quest'ultima cosa potrei anche non averla pensata, ma se è rimasto sulla mensola dei libri per sette anni un qualche moto di repulsione povrei averlo vissuto.
I libri ci scelgono. Lo credo sul serio. Per me non accade solo all'acquisto. Il rito inizia lì ma si perpetua sulla mensola. Ti chiamano, ti dicono ora tocca a me, ora sei pronto per me. Quelli che pensano che esagero o che vado di matto non vivono la lettura come qualcosa di indispensabile, e personalmente mi fanno tristezza.
E' scritto piccolo, non c'è una sola foto ed è un'antologia. Cazzo ci metterò una vita! Questo si, l'ho pensato. Come pure mi è parso di pensare, sperare, che troverò molto di quanto mi sta accadendo. Marra adotta il termine di medianità per esprimere il concetto fotografia, e l'uomo artefice, che traduce il concetto, è medium del processo. Ho fatto mia quest'adozione. Medium. Il fotografo è medium. A pochi giorni da quell'atto che ho chiamato nascere è cambiato poco. Sta sfumando al grigio il colore di quelle giornate di workshop, ma i contorni, il bordo scheletrico e portante della rivelazione si indurisce. La guerra è tutta dentro, fuori sono pervaso da una calma lentezza, la simulazione del quieto sociale, lo scudo che farà silenzio intorno a me. E so di non essere solo in questa ricerca di silenzio, di verità. Non ho ancora aperto gli appunti presi la scorsa settimana, Verità ricordo bene di averlo scritto. Pure non ho più aperto le foto del mio progetto: sono in una cartella sul computer, ne provo soggezione perché ricordo con forza come sono nate, il vero che le ha generate. Mentre scattavo avvertivo le bugie fotografiche che avevo fino ad allora realizzato, ne provavo - ne provo - vergogna. Ho sbirciato nel pozzo, per una frazione di secondo ho visto ed è bastato. Ho visto anche la distanza che mi separa dal mio vero, ma non il sentiero. La parola verità continua a bruciarmi sulla pelle come un tizzone vivo e ne sono grato. Sono vivo. Sento il mio respiro. Non posso raccontare il vero se non evoco le verità dentro me, se non mi libero della plastica interpretazione di ciò che sono ora. Rigetto il comodo, l'artificiale, il piacente, il ruffiano, il verosimile… lo vomito fuori con forza fino a farmi male. Sappiatelo, sto per urlare.

domenica 3 luglio 2011

annozero

Sono nato ieri. il mio stomaco è un groviglio di serpenti che si muovono lentamente, una matassa di vite che ne formano una sola. Questo nascere è stato venire al buio. Mi concentro e i suoni intorno a me sono ovattati, non distinguo niente, è tutto fuori fuoco. Ci sono esseri che si muovono e parlano, si rivolgono a me dandomi compiti, versano parole che non ascolto perché io non mi sento le gambe, avete capito? non mi sento le gambe. Sono qui da poche ore e il mio corpo è solo un pensiero dentro una scatolacorpo. Dove sono i miei vestiti?

Non voglio nascere. Ho paura. Non voglio scendere in quel buio, mi viene da vomitare. E' una bile di immagini e ricordi intaccati dai vermi. Non lo voglio sentire il gelido dell'origine. La mia vita la ricordo. E' stata credere, volare, ero forte. L'eroe. Ma ad un certo punto è accaduto qualcosa, mi sono ammalato di un virus che ha mille nomi. Si è insinuato attraverso gli occhi, la parte esterna più sensibile del mio corpo, si è fatto strada, nutrito, infettato e se abbia preso prima il cuore o la testa non lo so, da quel punto in poi la vita è stata un cancro. Ho un cancro. Quando tocco il mio corpo provo fastidio. Ho censurato l'origine della cicatrice con il desiderio di integrazione sociale. Mi sono abituato a tutta questa luce che si indossa come un vestito aderente, preserva la forma senza mostrare la pelle, protegge dall'abbandono dei sensi. Perché devo guarire? Non ci sono medicine per l'anima. Non voglio nascere!

Mi ricordo questo livello dell'esistenza. L'ultima parola che ricordo ha due segni: IO. Poi mi sono ammalato. Ricordo com'era.
Ogni volta che mi sveglio sento di nascere per la prima volta.
Un parto anestetico, ogni volta speciale, eternamente ripetuto.
Eternamente ripetuto.
Nascere silenzioso.
Come bolle d'aria che risalgono dal mare.
E poi il respiro.
La prima cosa.
Lo sento, mi appartiene.

Le prime volte avvertivo ostilità. Identificavo le cose con lentezza, sforzo. Ora è più semplice: mi basta guardare. Ripeto lentamente due, tre volte i nomi, arrivo a sillabarli fino ad allungare il suono, esasperare le vocali...
esasperare le vocali.
Ogni suono diventa pesante, il nome inutile, il significato insignificante.
Sono diventato una bilancia.
Quantifico ogni lettera che mi appare, ogni parola.
Ho scoperto l'unità di misura delle parole.
È l'anima.
La mia è sensibile.

Ho poche cose nella mia stanza, niente che mi appartenga. I muri sono dipinti di bianco, come il letto, come i fogli che mi lasciano tenere.
Poi c'è il nero, ed è nero tutto il resto.
Il mio mondo ha solo due colori.
Il mondo ha solo due colori.

Mi chiamo IO
Mi hanno chiamato così.
Gli serviva un segno, un suono, definirmi, imprigionarmi dentro delle lettere per essere sicuri di avermi racchiuso nella loro microconvinzione di controllo, creatori universali.
IO
Breve e supremo.
Matematico.
Logico.
Acceso o Spento.
I - O
I, quando apro gli occhi. Ogni gesto una scoperta. Sento l'eco del mio respiro.
Che lettera è il respiro?
È una delle cose che mi piace, il mio respiro.
È perché non riesco a definirlo con delle lettere, non riesco a pesarlo con il mio metro.
I, quando guardo, quando sto fermo in piedi e aspetto che il corpo si muova senza comando. Mi lascio cadere, sollevo un arto, rotolo e mi arresto.
I, sono le grida, le vocali allungate, le giunture delle ossa che suonano.
I, sono il meccanismo dei miei pensieri
I è tutto il bianco, tutta la luce
I sono le secrezioni del mio corpo, quelle naturali, quelle che richiamo con la mano
I è il mio corpo dolorante, la fatica
I è uno stato di energia dentro di me che vuole uscire
I è piangere
I è tutto quello che so, e metà di quello che sono.

O, è tutto il resto.
L'altra metà, quello che non so.
Morte.
Morte?
Mor-te.
Moo-rtee.
Mooorteeee.
Mooooooorrrrrrrteeeeeeeeeeeeeeeeeeee


Anno zero, giorno primo.

Che nome devo scrivere?
Nicola.

giovedì 30 giugno 2011

benedusi#3_li faccio rinascere

7:55
Ho capito. Stamattina è arrivato il senso di questi giorni, le parole di Settimio, il perché, la verità, la storia. Ed è vero: ti si apre il mondo. Ho capito perché nelle mie immagini c'è qualcosa che non mi piace, che manca. Ho sempre confuso la costruzione estetica di una foto con progettualità. Pensavo al risultato finale veicolato da mezzucci, stratagemmi, tecnicismi che mi portassero a quel punto, invece la chiave, vaffanculo!! è prima, il figlio è la conseguenza naturale non di uno spermatozoo figlio di puttana che ce l'ha fatta, ma di un'idea che sta prima e prima ancora: avere un figlio. E per dirla alla Benedusi: tre parole, ne ho risparmiate due.
Ho scritto i miei due progetti, questa volta la parola progetto non mi spaventa, cinque parole ciascuno. Non me ne fotte di provare obiettivi, luogo, diaframmi, chi se ne fotte: CHI SE NE FOTTE!
... cazzo mi sta venendo da piangere

benedusi#2_li faccio piangere

Sono bloccato!
Stasera ho voglia di parolacce, di dirmene quattro come dovere e senza filtro, perciò "Lettera a me stesso#2"

Caro Nicola, ma sto pippone del blocco che cazzo vuol dire? Blocco di che? Ieri sera ti sembrava di aver trovato la genialata, oggi ti salta fuori un piano alternativo che di alternativo ha l'autodistruzione e tanti saluti e sono a sti tre giorni. "La butto sull'humor" hai detto, ma hai capito dove sei? Domani è finito, si smonta e si ritorna a casa. O la fai qui questa cosa o non la fai più, vale per te come per quel povero cristo martoriato oggi. Ma poi tutto sto complicarsi, ma l'hai vista la diciasettene primavoltachefacciofoto cosa tira fuori? Rotto i coglioni con i castelli, le acrobazie filosubconscio. Sei pari a quell'imbecille che inciampa su se stesso. Ci stai a pensare troppo e sai cosa vuol dire questa frase. Fa la cosa. Punto.
La traccia ce l'hai e vedi di non metterci altra roba dentro che non serve, anzi semplifica. Aiuta quelle poverette che domani dovranno decodificare le idee di questa nuova classe di artisti. Ah! quella cosa dei vestiti lascia perdere, detto in amicizia allo stato in cui ti trovi farebbe un danno enorme. Vattene a letto, il caldo, le zanzare...niente appunti su oggi, magari te li segni fra qualche giorno e se non te li ricordi chissenefrega!
Fa la cosa. Punto

mercoledì 29 giugno 2011

benedusi#1_li sconvolgo

Si arriva in un posto, sai che incontrerai delle persone sconosciute, ci sarà da lavorare, pensare e dire e guardare, un tizio con la montatura scura e la voce da basso esordirà dicendo che non ha nulla da insegnare perché noi non abbiamo nulla da imparare, lo conosci questo approccio, da quando segui il suo blog? ti sembra di avergli fatto sempre da assistente tanto quello che dice ti sembra familiare e assorbito dalle sue e mille altre letture. Quando lo vedi arrivare lui ti saluta presentandosi e tu pensi lo so chi sei, ma hai una vaga idea di quello che scateni Benedusi? Ti maledicono e idolatrano, io filtro tutto e mi prendo il meglio, quello che mi serve per aprire quella porta che io stesso ho costruito.
C'è il rito dell'inizio, le formalità e le prima parole da ricordare, me le scrivo a stampatello sottolineato sul block note anche se le conosco, sai mai la memoria facesse scherzi. Domani, giuro, ti conterò tutte le volte che dici fondamentale, non so quanto lo hai ripetuto oggi, ma sarà un simpatico gioco, nulla più.
Sono in un posto che pare voglia dirmi tante cose, prendimi, usami come mai nessuno prima di te, le vedi quelle due modelle lì? falle fare quello che desideri, ci staranno perché sono qui apposta. Non mi convince ma sono vulnerabile adesso. Lo siamo tutti, a turno, per quei primi cinque minuti. Non ho una progettualità e confondo l'idea con il desiderio. Meglio! La lama di Settimio arriva dove doveva, la stavo aspettando da anni, è accaduto che è giunta per voce sua ma poteva essere chiunque altri. Siamo intorno a lui quando ci dice che vaffanculo il posto, la locations, le belle stanze, i culi e le tette, i flash, la luce...La luce!
Fa una cosa per rispondere ad una provocazione, sostituisce una modella con una delle ragazze che fotografa, forse una paraculata alal buon caro Settimio, ma non mi importa, io prendo quello che mi serve e bang! ragazzi mi fa emozionare perché lo riconosco, so quello che sta facendo alla non-modella, perché le parla in quel modo, mani sulla spalla e mi senti io sono qui fidati, guardami. Guardami!
La vedi la chiave?Si, sta a cinquanta centimentri da me e si chiama Verità. L'ho usata, in altri contesti, con altre persone, altri corsi, sul palco.

Quello che scrivo stasera lo capirò solo io... Domani sono previste le lacrime, e se mi approvano quello che voglio raccontare, visualizzato mentre ero sotto la doccia poco fa, se ne sono ancora convinto io, sarà un salto coi cazzi.