sabato 26 febbraio 2011

Branà backstage #1

Sta per concludersi il lavoro con Michele, il parrucchiere; un ultimo set e poi in post per quello che chiamo refine. Pubblico qui alcune foto di backstage; la serie è più ampia, forse ci sarà un #2 o un video di raccolta, non so ancora.



Flavio looks hair cut



Miriam dress test. It's her first time on photo set



Miriam after make up. Michele checks the dress.



Francesco, Michele's assistent.



Francesco takes care of model's hair.



Michele, the model, waits his turn.



Michele arranges Annalisa's hair.



Annalisa looks me.



Michele and Tiziana control Jenny's make up.



Michele's tatoo.

mercoledì 16 febbraio 2011

Io, robot


flavio, me, francesco


E' in corso un lavoro per un amico parrucchiere; deve partire per gli States e presenterà un portfolio: se gli va bene ci resta a lavorare - figo per lui.
La cosa bella è che stiamo collaborando in tre, lui ai capelli, ci sa fare davvero ed è un ospite eccezionale, Tiziana che supervisiona al make-up e a cui da parecchio faccio da cavia per il suo e mio divertimento, ed io. Una bella squadra, mi piace e mi piace come insieme stiamo dando il meglio di quello che sappiamo fare. Ho molto spazio a disposizione, nel senso che ho molta libertà con le luci e il mood, mi aiuta molto a sperimentare e vedo che trova il consenso degli altri, o comunque alla base di tutto c'è che si fidano. In una degli ultimi set, mentre si guardava insieme ai modelli il lavoro, qualcuno tra i presenti ha commentato il mio modo di lavorare definendomi determinato. Ho accolto imbarazzato e ringraziando. La persona in questione deve aver avvertito qualcosa e ha subito dato spiegazione.
Sai quello che vuoi, sei perfezionista, sai farti seguire, e crei un buon clima di lavoro.
Diavolo, ho pensato, tutta sta roba per me?
Le frasi acute stanno a me come l'erba alle mucche: digestione lentissima. Così le ho rigurgitate dopo qualche giorno e analizzate. Ci sono cose che adesso conosco che un decennio fa nemmeno immaginavo. Ricordo la prima volta che andai al photoshow a Roma. Calca davanti ad uno stand per fotografare la gnocca sulla moto. Non ne sono stato immune e cerco di farmi spazio con dei mi scusi, perfavore, posso, mi perdoni…
Non mi cagava nessuno, mentre affondavo nella mischia mi rendevo conto che non sarei riuscito a fare una sola foto.
Lezione n°1: vuoi spazio? createlo!
Sono arrivato in prima fila senza violare la prima legge della robotica. Nel recente passato ho rivissuto una cosa simile, da un'altra angolazione. C'era da fotografare un evento in mezzo a un sacco di persone, pochi fotografi in un angolo riservato agli scatti. Nel casino degli otturatori e flash in sballo mi sento picchiettare delicatamente sulla spalla, mi giro e vedo una con macchina fotografica a seguito che timidamente mi dice che non riesce a fotografare perché le sono davanti. Terza legge della robotica, ma quella non l'ha capita e allora le ho afferrato il braccio e messa davanti a tutti.
Lezione n°2: a gratis non esiste, devi farti il mazzo.
Inizio a provare qualche fastidio quando sento abusare della frase che non è necessaria una sofisticata attrezzatura per fare le buone foto. Grazie, lo so. Ma parliamo del mestiere del fotografo e non dell'hobby del fotografo. Ad evere le luci giuste, lo spazio giusto, la macchina e gli obiettivi giusti vuoi mettere il risparmio in termini di tempo? C'è anche una responsabilità in termini di immagine nei confronti di un cliente e non mi posso presentare a fare foto di architettura con un 18/55 da 40 euro. Mi sono imbattuto un cinque anni fa in un dialogo surreale con un altro fotografo, di quelli tristi e ossessionati dai segreti. La mia amica partecipa ad una corsa notturna e le dico che vado a farle delle foto all'arrivo. Non mi limito a fotografare lei ma mi viene la scimmia del reportage. Sono lì con reflex e flash quando mi si avvicina il tipo che per inciso mi fa: Chi ti ha chiamato? Lo guardo, so chi è, magari lui non conosce me, ha una compatta da 150 euro fra le mani. Mi ha chiamato Giuliana, hai presente? Non gli dico questo, sto ancora pensando alla risposta quando lui continua: No perché qua io sono il fotografo ufficiale e se questi hanno chiamato un'altro ora mi sentono.
Ma come la circoscrivi alle macchine fotografiche una manifestazione in aperta campagna, dove chiunque può fotografare le sorelle, i padri, fidanzati e amanti? E un fotografi ufficiale si presenta con una compatta al lavoro, quando anche il più sfigato dei fotoamatori va in giro con arsenali da combattimento. L'apice dell' idiozia avviene quando borbottando cavalca il suo scooter, fa per andar via quando invece si sposta dieci metri avanti a me, convinto di dover essere lui il primo a fare lo scatto e ancora più assurdo convinto di inquinarmi l'inquadratura con la sua presenza.
Lezionen°3: l'abito non fa il monaco ma dall'abito capisci se uno è monaco oppure no.
La buona attrezzatura, come il vestirsi adeguato davanti ad un cliente, parlare in maniera educata, fanno il vestito che ti permette di dare agli altri la prima impressione su di te. Una volta mi hanno preso per fotografo accreditato ad un evento blindato solo perché il tipo alla transenna mi ha visto arrivare con due corpi, un tele da stadio, flash, zaino e cavalletto in mano, a avevo tutto in vista apposta per darmi arie.
Ho capito il senso del determinato. In questi anni l'apprendimento su campo sta rendendomi quello che gli altri vedono di me: uno che si impegna, che non è solo uno con la macchina fotografica. Ed io scorgo i segni di questo autoapprendimento.

Ps. citando Io, robot nel titolo mi riferisco al genio di Asimov, quello con Will Smith vale solo come blockbuster.

giovedì 3 febbraio 2011

Il piacere dell'onestà



Avendo la fortuna di vivere una parte del mondo teatrale mi sono imbattuto anni addietro negli scritti di Pirandello e amici che hanno studiato per davvero - io no, io sono un piccolo analfabeta - mi hanno svelato la genialità di quest'uomo. Ricordo, durante un laboratorio per alcuni corsisti dove ogni tanto mi intrufolavo per sana curiosità, di essermi arreso alla voglia di partecipare alle lezioni di un gruppo perché si stava facendo lo studio del testo su "Il piacere dell'onestà" di Pirandello.
Da un mese quelle lezioni mi sono tornate alla mente; sono riemersi i personaggi, i concetti e la responsabilità del ruolo, sia esso in una finzione che nella vita reale.

La storia per intero non la racconto, mi provoca nausea.
Mesi addietro feci un servizio per della gente, mi fidai e commisi due leggerezze non da poco. Evitai in seguito ogni contatto perché irritato e rattristato da comportamenti superficiali, biechi. Non rientro nella categoria di quelli che fregano gli altri, non lo so fare, ci ho provato da ragazzino ma mi vergognavo e mi scoprivano. A onor della mia onestà, o se vogliamo professionalità, consegnai tutti gli scatti pur potendomi trattenere molte immagini, non lo avrebbe scoperto nessuno.
Lo scorso capodanno, a quattro ore dai botti, un amico mi mostra una rivista e mi fa notare i miei scatti, tratti da quel servizio, che pubblicizzano tre attività commerciali diverse.
Mai autorizzato.
Mi si aggroviglia la bile e non riesco a imprecare perché non so quale parolaccia scegliere. Maledetti, non mi hanno pagato e si vendono pure le immagini. Quando vado dall'avvocato siamo al tre gennaio. La faccenda pare non facile e da un mese ci si lavora su fra tentativi di incontro, lettere, invii di documenti. L'altra sera ne arriva uno. Il mio avvocato mi fa: "Se questo lo denunci si va al penale perché la cosa è grave, parliamo di perizie, tempi lunghi, energie, denaro, con un punto interrogativo sull'esito. Te la senti?"
Non la combatto una guerra del cazzo. Questi mi fanno schifo adesso. Sono un fotografo e le mie energie le dedico a fare foto.
Gli inganni per denaro mi disgustano e questa storia mi ha reso più diffidente, ma continuo a stare da questa parte della barricata, fra quelli che magari li si può raggirare, gli educati, i senza malizia. Che se la godano la loro furbizia, non sarò povero per questo e non ci sarà ricchezza per loro.

Viva Baldovino!

martedì 25 gennaio 2011

Anna e Francesca

Era mezzanotte passata quando ieri ho finito di leggere il libro.

Mi sono raffreddato, niente di che, ma da due giorni ho quella voglia di fare nulla come alleato del virus. Avevo gli occhi stanchi di giornata, la fronte pulsante a furia di tirar su col naso e una voglia calda di letto e sonno. Ma mancavano le ultime 70 pagine. Le ultime pagine in un libro sono tutto. E' il congedo. Quelle persone che hai conosciuto e che non esistono stanno per andare via. Perciò mi sono abbandonato al rito delle ultime pagine.
Ogni volta che finisco rimango sospeso. Provo tristezza, ieri mi sono ricacciato le lacrime in gola perché non ci si può commuovere da raffreddati: troppo muco da gestire. Poi passa la sospensione, chiudo il libro, mi concentro su un rumore vero e riemergo da matrix.
Le immagini rimango per un po', possono durare giorni. La mia mente ha girato il film di quello che ho letto e me ne mostra i fotogrammi.
Ecco.
Sono punto e capo. Fotogrammi. Fotografia.

Sto perdendo un po' il punto di vista. C'è una così tale sovrabbondanza di input a cui rispondere e dare un senso che lentamente si smette di guardare quello che abbiamo intorno. E l'universo intorno ce l'abbiamo tutti. Non mi ricordo l'ultima volta che ho guardato la luna piena, da quando non guardo le stelle, non ricordo più le mani di mia madre, di mio padre, non vedo i cambiamenti nelle mie sorelle, quelle dei nipoti che crescono, non saprei descrivere la forma delle piante grasse che ho in studio, i colori dei vestiti delle persone con cui ho parlato oggi, la faccia del corriere che mi ha consegnato il pacco, l'espressione dell'anziano fuori l'ospizio che fumava appoggiato al muro di casa, la geometria che fa l'aiuola qui a piazza Santa Teresa dove passo ogni giorno…
Il fotogramma finale del libro mi ha costretto a riguardare nel mirino, a soffermarmi sulle cose e osservarle. Come si fa qua si deve scattare una fotografia.


Silvia Avallone - Acciaio
della Rizzoli

giovedì 6 gennaio 2011

Su "Niente di personale"

Arrivo in ritardo a comunicare una mostra presente su facebook da parte di un amico: è solo colpa mia.
Giuseppe è un operatore video, in alcune occasioni abbiamo lavorato insieme ed è una persona a modo. E' astemio, fa bene il suo lavoro, sa farsi voler bene dai bambini. Non conoscevo il suo aspetto fotografico ed è stata una bella scoperta.
Non ho molto da dire, sarebbe opportune che vedeste le sue immagine, scattate in uno dei suoi viaggi in Mozambico. A marzo ci ritorna, insieme al gruppo di cui penso faccia parte.
Se non avessi due date che mi impegnano in quel periodo sarei partito con lui.
Trovate la gallery qui, entro domani dovrebbe essere tolta.

mercoledì 5 gennaio 2011

E sia la luce!



Mentre uscivo stamattina cazzeggiavo con la mente alle date: Quest'anno quella del mio compleanno ad esempio avrà una simbologia emblematica: 20.11.2011
Ho varcato la soglia del nuovo anno consegnando un 2010 apprezzabile nella sua totalità. I buoni propositi non li stilo più perché tanto falliscono miseramente: meglio imporsi delle scadenze. Cosa che ho fatto a metà dello scorso settembre. Mi dissi che entro la fine del 2010 avrei dovuto imparare ad usare dreamweaver e prepararmi il sito nella sua nuova veste grafica. Di codici e linguaggi di programmazione non ci ho mai capito nulla, motivo per cui in passato ho sempre abbandonato l'idea . Ma i quindicenni che tracannano birre accanto a te mentre discorrono di tutto l'universo informatico - creazione di siti con dreamweaver compreso - è dura da digerire per chi ha un tasso "orgoglico" nel sangue al di sopra della media.
Sull'amata rete rintracciai un sito di video tutorial molto bel fatti, trovate tutto qui, suddivisi per tipologia di software di casa Adobe, insiame a molto altro. Così sono iniziate le nottati su css e compagnia bella. Avevo un'idea precisa di cosa volevo: essenzialità. Ho finito in tempo, anche se non ho ottenuto tutto quello che volevo perché c'è un mare di roba da sapere e il cervello mi fuma troppo. Questi giorni l'ho testato, corretto, ridimensionato ed ora è lì. Sia chiaro che non metterò in curriculum la voce web designer, ho seguito le molliche di pane senza alzare lo sguardo e non saprei rifarlo per altri dando un nome ad ogni cosa.
In contemporanea ho preparato il nuovo portfolio stile digital magazine ma è in fase di supervisione, voglio lavorarci ancora perché sarà caricato sul sito con possibilità di scaricarlo gratuitamente.
Un disavventura accadutami questi giorni non mi sta facendo godere questo momento positivo di fermento. Ci saranno sviluppi e avrò modo di riportarlo qui.
Se c'è ancora del cazzeggio post natalizio in voi, girate dalle parti del sito per vedere se tutto è ok, pagine, collegamenti, e datemi la buona notizia di non aver buttato via tre mesi.

venerdì 24 dicembre 2010

I wish to...

Elenco random delle cose che ho desiderato quest'anno

andare due settimane in inghilterra
abbellire fuori lo studio con piante e vasi
fare bene il mio lavoro
trovare clienti
innamorarmi
andare negli stati uniti
cambiar casa
andare al workshop di milano
riuscire a volare
salvare il mondo (sempre)
partecipare alla maratona di new york
iscrivermi in piscina
mettere dei punti fermi su alcune relazioni
trasformare il box "idee per foto" in foto
organizzare e cucinare cene per gli amici
creare dei tutorial di photoshop
lavare l'auto
vedere botticelli a roma
che la mia famiglia viva con meno disagi
di non perdermi d'animo
realizzare un buon portfolio
avere uno studio più grande
leggere più libri del' anno precedente
imparare ad usare dreamweaver
comprare nuovi flash
sistemare l'anta dell'armadio
non annuire alla prof. di inglese quando invece non ho capito nulla
non stressarmi più con il teatro
ubriacarmi, ma senza postumi
imparare a dire di no
dire "Ti voglio bene" quando lo sento senza provare imbarazzo
essere stronzo nella giusta misura
vivere belle esperienze e ricordarmele

Elenco di ciò che si è avverato


...ho tempo fino al trentuno per realizzare 28 dei 33 punti.

domenica 12 dicembre 2010

Cosa faresti se una ragazza prendesse fuoco davanti a te?

Il video sotto l'ho appena visto nel post di Fotografia: Parliamone.
Il discorso dell'etica è sempre argomento ostico. Non riuscirei a partecipare ad una discussione forbita tra il realizzare (e utilizzare) o meno certe immagini; non avendo conoscienza di quel mondo mi limiterei ad ascoltare schierandomi fra i sostenitori del "no, non lo farei".
Da qualche tempo ho preso a non voler più vedere le immagini presenti su The big picture sui temi della guerra, in particolare non clicco più su quelle censurate che, se si accetta di volerle vedere, mostrano scene strazianti con almeno un cadavere ripreso.
Questo, lo ammetto, mi fa sentire più comodo nella mia poltrona mentre quella parte di mondo continua ad esserci. Non ho risposte.
Pur non apprezzando il taglio hollywoodiano del video, meno che mai il finale - sinceramente avrei stoppato prima lasciando il punto di domanda così da forzare una riflessione - l'ho trovato utile: che mi ci si sieda sulla poltrona passi, ma addormentarmi proprio no!

Vi rimando al post e ai commenti, parlano sempre meglio di me.


sabato 4 dicembre 2010

costruitevi dei sogni e fatevi il culo per realizzarli!

Questa frase fu detta da Roberrto Vacca, il matematico, nel suo intervento alla trasmissione di Chiambretti Il Laureato, parecchi anni fa. Ero un ragazzino, non biologicamente parlando. Ricordo che ascoltai tutto l'intervento e ne rimasi affascinato, mi diede una carica incredibile e fu allora che si intensificò la creazione di storie e presunti romanzi.
Poche frasi ti restano dentro come monito, a volte penso davvero che tatuarsele addosso sarebbe la cosa migliore. Capita invece che te ne dimentichi, ritorno nell'oblio della bella vita di tutti i giorni, la matrix del quieto vivere, e si va avanti finché qualcosa nel sistema - cito ancora matrix - non va in corto.
Ero a casa di un amico ieri sera. Era il suo compleanno. Nel suo lavoro fa i turni e ieri gli toccava smontare alle undici, le ventitré!
E' uno di quegli amici storici, stessa età, ci conosciamo da quando avevamo dieci anni. Stessi pomeriggi a giocare a pallone per strada, stesse crisi esistenziali su un Dio ingrato, stesse nottate in piedi all'agghiaccio a parlare di tutto e niente, stesse prime vacanze insieme, e poi i disagi dell'adolescenza, di un paese stacanovista ma ignorante come un mulo, di eravamo quattro amici al bar che volevano cambiare il mondo, le litigate, la minaccia di prendere direzioni diverse, e poi ancora la musica che ci riporta insieme, la formazione del gruppo, le nostre canzoni, pezzi nostri non cover, l'unica esibizione in pubblico, intanto qualcuno dei nostri inizia a sposarsi, il gruppo si scioglie - in realtà mi allontano io perché la musica non è la mia strada -, arrivano altri matrimoni, i figli, le cose sono cambiate, la crisi, il lavoro di merda sottopagato, lui che ha due figli, fa i turni, non ci si vede quasi mai, lui che somiglia ad una canzone di Rino Gaetano, lui che ieri ha compiuto trentasei anni.
Sono arrivato dopo le prove in teatro, pochi minuti alle undici. I bambini erano a letto, la casa silenziosa, la moglie che lo aspetta in piedi. Qualche minuto dopo è arrivato. Siamo stati in cucina a chiacchierare a bassa voce, noi maschi a berci una birra e lei che con abitudine casalinga tira fuori qualcosa da masticare e un pezzo di dolce fatto in casa. Mi sono reso conto che si era fatto davvero tardi. Prima di andare via mi ha chiamato in uno stanzino, quelli utili per il ripostiglio. "Ti voglio far sentire una cosa"
Ho provato una delicata tristezza mentre me lo diceva. Nello stanzino c'erano le chitarre, il multitracce per registrare, spartiti, accordatore, pedaliere, una bacheca con dei testi: molto del nostro passato di band incastrato in poco più di due metri quadri. Ho ascoltato in cuffia i pezzi su cui stava lavorando. Mi ha commosso, un buon lavoro, da sistemare ma bello, sentito. Siamo rimasti a parlare ancora per parecchio dopo, finendo sulle scale del condominio e quando sono uscito per strada non camminava nessuno. Abitando a un paio di isolati me la sono fatta a piedi. La frase di Vacca mi è risalita dallo stomaco.
Agire e farsi il culo ogni giorno non è un quadro felice, si traduce in vai piano, studia, sii umile, faccia tosta, più autostima, ti farai male, orgoglio quanto basta, muoviti, vai verso senza aspettare, fai esercizi di felicità, vaffanculizzati a comando.
Stamattina mi sono alzato che non ho riposato bene. Ho ripensato a ieri sera come a qualcosa di lontano. Brividi da dimenticatoio. Ho preso un foglio e un pennarello.
Fatto il sogno, fatti il culo per realizzarlo!

Ora ho un terzo tatuaggio.

lunedì 29 novembre 2010

il salto

Sono più o meno tre giorni che penso al workshop di Milano. Voglio andarci, veramente, non come tutti gli altri che mi sono passati sotto il naso e scomparsi nel nulla. Qui è diverso. Sono tre giorni che ci penso e ho concluso due sole cose: ho paura e voglio farlo. Mi sono fermato a pensare seriamente a questa cosa della paura, mi vengono in mente le facce dei ragazzi dei laboratori di teatro quando devono fare il salto: stanno tutti lì, appiccicati al muro a chiedersi perché non si sono iscritti in palestra invece di stare in mezzo ad altri che adesso vedranno come mi muovo, come farò sto cavolo di salto e lo sbaglierò, che poi insomma che c'entra il salto con il teatro?
La conosco quella faccia, la paura del confronto, la stesso che ho io adesso.

Sono andato a ricaricare la postepay e Barbara mi ha confermato che è arrivato il versamento dell'iscrizione al workshop: tre passi, stacco e atterro. Salto.

Silvia mi ospita a casa sua e lunedì vedo Rosa. C'è un sacco da vedere a Milano, me li perdo tutti, Basilé compreso che ci tenevo per via di "Picchiati". Questa però di "Immagini Inquietanti "ce la faccio venerdì pomeriggio quando arrivo.
Ho messo tutto nello zaino Lowepro: le ciabatte di spugna accanto alla 5d, il pigiama e i calzini tra il 70/200 e i paraluce, compressi; il portatile nello scomparto sopra, avvolto nell'asciugamano, poi i boxer, Carofiglio da leggere, lo spazzolino, la maglia pulita, il lettore di schede, una copia dei check-in on line, quaderno per appunti, alimentatore per portatile, una maglia, questa più pesante perché soffro il freddo, mi vesto a cipolla con scarpe da guerra e speriamo che quelli di ryanair non abbiano le palle girate al controllo bagagli.
La mostra l'ho vista e per la prima volta nella mia vita ho pensato davanti ad una fotografia "sto per vomitare". Gli unici due nomi che conoscevo erano Mapplethorpe e Pellegrin, il primo visto anni fa in un allestimento più appetibile. Come possono delle immagini crude modificare la chimica del tuo corpo?

Da Silvia ho lasciato tutto il casalingo ma i dieci chili sulla spalla si fanno lo stesso sentire fino al civico 12 di via Martiri Triestini.
Eccomi qua: oggi compio 36 anni e faccio un secondo salto. Questa volta è emozione.
Riconosco Barbara, la saluto stringendo la mano e la guardo come si guarda la fotografia di una persona che non hai mai visto. Indovino il viso di Monica e intercetto subito la voce di Francesco. Mi sento a mio agio, tante cose somigliano ai preliminari di ogni corso che ho vissuto. Mi presento a chi c'è e a chi arriva e non ricorderò un solo nome se non lo avrò scritto almeno tre volte da qualche parte. Poi c'è una che non mi pare di aver salutato appoggiata alla colonna, ha le braccia conserte ma si legge la fede alla sinistra, veste una lunga maglia sul prugna e stivali neri, una montatura nera su un viso da ballerina classica o attrice di teatro di ricerca ed io non ho riconosciuto chi, per l'effetto farfalla, mi ha portato lì. La sola cosa imbecille che riesco a dire è: Ma sei Sara Lando?
Non ho capito più nulla per un bel po' e non perché soffro della mania da idolo. Uno dei doni più preziosi che ho è la fortuna della vista e quello che so l'ho imparato osservando. I miei occhi rimbalzano dal leggere i volti del gruppo nella stanza alle luci montate, dai delicati silenzi di Heloise ai sussurri fra Monica e Barbara sui test luci, dal viso di Francesca sul set ai titoli dei libri nello studio. Ma tutto questo passando dalle parti di Sara per rubare quanto più possibile. Ogni tanto scatto anch'io. Francesca è bella, disponibile se la incuriosisci, qualche resistenza se la banalizzi, i suoi e tuoi occhi sono alla stessa altezza ed è fantastico. Faccio male le mie foto, non mi bastano sette minuti per farmi conoscere da lei, le spiego comunque la mia idea e le dico proviamoci, oggi è un gioco.
Quando suonano il citofono sono sulla parete di fondo, in penombra, a guardare altri che scattano. Benedusi entra, saluta tutti, Francesca lascia il set e corre ad abbracciarlo. Scariche elettriche nello studio. A potenze diverse. A me provoca paresi jokeriana, il Marzoli insiste a toccare i fili scoperti, per qualcuna è come la 12 volt dei contatti elettrici per aprire i portoni condominiali, non provoca più di un pizzico, per Nicola è il passaggio da assistente simpatico a faccia seria chicazzoèquesto, per altri è un vicino che mettiamo nella foto di gruppo.
Manca poco alla fine della giornata, domani siamo qualcuno in meno, io sono più rilassato, parliamo di fotoritocco e di come pulire la pelle, colore e raw, c'è più cazzeggio ma si va avanti fino a conclusione, ma oggi, oggi concludo aspettandoti vicino alla porta perché stai andando via. Non balbetto perché tanto quello che ti devo dire è breve. non sento la consistenza della tua mano perché sono concentrato a guardarti negli occhi, poi ho avvolto la tua destra in entrambe le mie mani per rafforzare il messaggio.
GRAZIE.

______________________________________________________________

Barbara Zonzin
Matteo Basilé
Immagini inquietanti
Robert Mapplethorpe
Paolo Pellegrin
Monica Antonelli
Francesco Marzoli
Sara Lando
Heloise Baldelli
Francesca Cortevesio
Settimio Benedusi

______________________________________________________________